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Il problema lucano
è la classe dirigente

Basilicata

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POTENZA - In una fase di sostanziale disattenzione da parte del Governo nei confronti della sempre irrisolta questione meridionale, l’iniziativa di Scelta civica di farne una riflessione a Potenza, coinvolgendo l’intera rappresentanza nazionale del partito, invitando, peraltro, uno dei più autorevoli meridionalisti, il professor Adriano Giannola, ha senza dubbio grande valenza politica. Tralascio il tema della individuazione delle responsabilità sul mancato superamento del divario Nord - Sud da attribuire a soggetti nazionali e regionali, per concentrarmi sui mali prodotti a livello meridionale, nell’ottica di ritenere essenziali comportamenti virtuosi da parte di chi pretende giustamente soluzioni di portata nazionale.
Faccio un esempio e provo a sfatare un mito: nella grande azienda localizzata in Basilicata (Fiat - Sata, Barilla, Ferrero, Natuzzi) la produttività del lavoro è elevata, talvolta supera quella di paesi, come il Giappone, accreditati di performance straordinarie. Il lavoratore lucano messo in condizione di produrre fa fino in fondo il suo dovere, dimostrando professionalità, voglia di lavorare, rigettando alle ortiche il ruolo che gli viene spesso attribuito di “fannullone”. Cosa analoga fanno coloro che hanno alimentato ed alimentano l’altra Basilicata, cioè coloro che sono andati a lavorare altrove, riscuotendo apprezzamenti e riconoscimenti professionali importanti. La stessa situazione non la troviamo nella Pubblica amministrazione regionale e locale, dove le deficienze organizzative sono molteplici, comportando sprechi di risorse umane e materiali incontrovertibili.
Il perché di tale divario è presto detto:tutto dipende, come dire, dal manico e cioè da chi è chiamato ad organizzare le risorse disponibili, in vista degli obiettivi che intende raggiungere: la grande azienda industriale sa che si gioca tutto, progettando ed organizzando bene la sua produzione, pena il suo fallimento, nella Pa il rischio di fallire ed essere chiamati a pagarne le spese è relativo, anzi è pressocchè nullo, se non paradossalmente utile: basti vedere quello che è successo al comune di Potenza, dove il maggiore responsabile del dissesto finanziario, il sindaco Santarsiero, è stato addirittura promosso consigliere regionale ed è in predicato di entrare nella Giunta regionale. Sia chiaro: stiamo parlando del caso più recente di malgoverno, “ristorato” con una più importante postazione politica successiva. Casi analoghi sono la norma: si veda l’ex governatore De filippo che ha sciolto il consiglio regionale, per indegnità della maggior parte dei consiglieri a seguito di accattopoli e nonostante le sue soggettive ed oggettive responsabilità inerenti la sua funzione di presidente, si trova addirittura membro del Governo nazionale. E potrei continuare con gli altri rappresentanti istituzionali, grandi e piccoli, che hanno finora gestito la Basilicata, ottenendo consenso bulgaro, nonostante i pesantissimi risultati negativi conseguiti. Il problema dunque è il contesto in cui si è chiamati ad operare. La politica non è in grado di creare sviluppo, sa perfettamente che lo sviluppo comporta nuovi equilibri sociali, territoriali e politici, cosa questa che cozza contro i suoi interessi. Molto meglio difendere lo status quo, anche se genera assistenzialismo e blocca la crescita.
L’intero Mezzogiorno nei grandi numeri si muove in questo quadro operativo: si veda cosa succede a Napoli con Bagnoli ed il porto, in Calabria con la cementificazione delle sue coste, l’uso in tutte le regioni meridionali della spesa pubblica in funzione del tornaconto pressocchè esclusivo delle loro classi dirigenti. La istituzione delle regioni nel ’70 ha messo in moto una casta di micro - notabili regionali, moltiplicando i luigini di leviana memoria,che si muovono con una “autonomia irresponsabile”, contando su una enorme spesa pubblica, per lo più corrente e dunque più facile da distribuire a pioggia, ma anche di una sia pur minore spesa in conto capitale, pur sempre concepita nell’ottica del consenso immediato.
I trasferimenti nazionali ed europei non sono stati mai assoggettati ad un progetto di sviluppo regionale o interregionale, né si è potuto con la complicità peraltro di Bruxelles, avere azioni di accountabilty, ossia una valutazione da parte dell'elettorato, ed eventualmente una sanzione, in merito all'operato dei politici e dei burocrati. Purtroppo, le regioni si sono rivelate una risposta sbagliata alla questione meridionale, le loro classi dirigenti ne hanno fatto tanti staterelli, perdendo di vista la prospettiva nazionale di unificazione dei divari che ci sono al nord come la sud.
Che fare? Riforma del titolo \/, uno stato centrale forte ed autorevole, capace di indirizzare e controllare dappertutto l’allocazione delle risorse, nell’ambito di un nuovo modello di sviluppo italiano, rompere il circolo perverso di scambio tra spesa pubblica e consenso ? l’approccio non può che essere olistico. Sono tuttavia centrali due questioni: 1°, la selezione della classe dirigente e di quella politica in particolare e 2°, la gestione della spesa pubblica da orientare verso la creazione di beni e servizi collettivi e non per organizzare clientele elettorali. Le questioni sono connesse: vanno eliminate le porte girevoli che rendono inamovibili i politici ed i burocrati (la Basilicata è un caso di scuola, con la maggioranza della classe politica che proviene dalla stessa Regione Basilicata) e occorre togliere l’interesse ad costituire cordate clientelari e lo si può fare col modello Pisapia, il sindaco uscente di Milano: un solo mandato ed in un solo ente e poi tornare al proprio mestiere.

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