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L'agente Marco
e la battaglia contro il traffico d'organi

Basilicata

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E no che non era un pentito. Perché non aveva nulla di cui pentirsi. Si ferma sotto il carcere di Potenza, quanti anni saranno passati? C’è anche una celletta a Betlemme tra le tante che ha cambiato, supercarceri e bracci armati, reparti di camorra e padiglioni di sovversivi, da Favignana a Porto azzurro. Finito alle porte del Vulture, in un paesino dell’Irpinia, Montemileto, passa per la Basilicata, di passaggio verso Sud, pronto per una nuova missione fantasma. Si decolla quando ti chiamano o quando tu decidi. Destinazione SudAmerica, obiettivo: liberare ostaggi italiani e spagnoli, salvarli dalla macelleria del traffico d’organi.

Mi riconosce. Sei tu? Il destino è strano, lasci e ritrovi le persone, le reincontri per caso, quando il tempo e la voglia di spiegarsi possono condurre a un’altra storia. Che non è più quella che avevi conosciuto e raccontato. "Guarda che c’è una strage di bambini nel mondo, li ammazzano per prelevare organi e venderli. I ricchi comprano, è un traffico che arriva in qualunque sala operatoria". L’agente Marco è un maestro di arti marziali, le mani gli sono servite a proteggersi, meglio di una balestra o di una rivoltella. La filosofia è: non si ammazzano uomini per salvarne altri. “Però qualche gamba l’ho spezzata, del resto a me hanno spezzato la spalla”, nella foresta colombiana dove ha trovato e liberato, con il gruppo addestrato da lui, intere famiglie (turisti o anche italiani lì per lavoro) rapite.

Quando all’agente Marco gli ammazzarono due fratelli (uno era studente di medicina, un altro commerciante di tessuti a San Gennaro Vesuviano) le cronache degli anni Ottanta ne lessero la ritorsione per le cantate che il camorrista aveva iniziato. Ma Marco era un agente esterno del Sisde, ingaggiato dopo essere finito in carcere ancora giovane, e messo come gregario nei clan della Campania dopo essersi rifiutato di infiltrarsi nelle cellule terroristiche. “Non ne conoscevo il linguaggio” e poi era diventato troppo amico di uno di loro incrociato a Porto Azzurro. “Non avrei potuto tradirlo”.

Solo che Marco è un ribelle, le connivenze di poliziotti e magistrati con i clan sono fin troppo evidenti. Racconta, denuncia. Gli resistono, nei blitz i nomi dei servitori infedeli dello Stato non ci sono, il potere perpetua se stesso, anzi si vendica. E così tentano di farlo fuori, anche una figlia piccola viene ferita, alla fine lo scaricano. Sconfitto ma non depresso. Un magistrato incrociandolo e ascoltandolo nell’inchiesta che portò in carcere le toghe sporche lo ascolta a lungo. Non è l’unico. Capitoli antichi di un bel romanzo criminale. L’agente Marco, fuori dal servizio esterno, cambia vita. Un solo pensiero nella testa: salvare vita umane. Anche per i soldi, certo. Mercenario? Ognuno sceglie la vita che sente di sostenere.

E così dieci anni fa la prima missione. Con compagni reclutati in Spagna, contatto con una barba finta dell’ambasciata italiana in Colombia, guidati da “Hormiga negra” al quale avevano ammazzato la figlia. Un lungo viaggio fino a Trinidad, da qui a Natal, in Brasile e poi verso una pista morta per volare verso la Colombia e paracadutarsi nel posto giusto. Narcotrafficanti riciclati, non sono più solo narcotrafficanti. Sulla rotta dei nuovi interessi mondiali ci sono carichi di bambini contenitori di organi, ammazzati per soldi o anche solo menomati. “Li trascinavano via mentre giocavano, li rapivano e poi li squartavano destinazione Usa e altre parti del mondo”. Bambini stipati in appartamenti, tenuti all’ingrasso come nella favola di Grimm, tenuti nell’attesa di un viaggio verso la morte. “Io mi sono occupato solo degli italiani. Alcuni li abbiamo liberati anche in Venezuela, a San Fernando e a San Cristobal. Rapiscono per estorsione, ma anche se paghi non ti liberano, ti ammazzano”. Chavez è stato generoso con l’agente Marco e i suoi miliziani. Cinque missioni, tutte in porto. “Ora è il momento del centro america, l’Honduras, San Salvator, il pericolo ora è lì”.

Voleva partire per la storia di Missoni. E’ una storia che non lo convince. La vita gli ha presentato un piccolo conto da saldare. “Ce la farò, cosa vuoi che sia”. Col borsello nero col quale gira si porta dietro la sua vita. Ancora conserva ricevute d’albergo di notte felici. Era di casa in costiera amalfitana, donne e bella vita, un classico della camorra di quegli anni. Una vita a simulare. “E’ ben strano che quando poi decidi di essere vero non c’è nessuno disposto a rischiare sulle cose che dici”. La rabbia si è trasformata in azione. “Sono ancore qui, come vedi, non ho mai mollato. la vota è rischiosa ma bella, bisogna solo sapersi difendere. Se vuoi ti insegno qualche mossa”.

ps. L’agente Marco è Achille Lauri. I suoi compagni di missione sono Josè maria Martinez, Ernesto Ymerres Gutiers, Carlos dos Santos, e poi due italiani, Paolo di Firenze e Pablo di Brescia.

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