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Buccico il borghese "bodoniano"

Basilicata

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EMILIO Nicola Buccico, mio amico, sodale di scorrerie politiche e letterarie (vissute in reciproca rispettosa autonomia) mi ha regalato un esemplare della riedizione, per i tipi di Antezza (ottimo lavoro!), della “Lettera alla figlia del Tipografo” di Leo Longanesi, pubblicata nel 1928 su “L’Italiano”.
Si tratta, più che di una lettera, di un pretesto retorico e Longanesi la scrive da par suo, navigando in acque alte e discorrendo sulle mutevoli attitudini del genere umano.
Ne scrivo non solo per vanità, essendo stato fra i centoventi destinatari del prezioso manifesto araldico dell’ethos borghese scritto da una delle più acute intelligenze del Novecento, ma perché la riedizione della “Lettera” rimanda ad una, non so quanto consapevole, riflessione autobiografica, quasi alla confessione di quel che Buccico vorrebbe si dicesse di sè: quell’ostilità che fu di Longanesi verso le cose “grandi e stupide” e verso quel suicidio dell’intelligenza che gli sono sembrate sempre l’empatia e le futili convenienze ed obbligazioni del consorzio umano.
Nicola Buccico, così lo descrissi in un libricino di cronache e riflessioni, è in fondo un “consanguineo, per circolazione arteriosa, di Longanesi”. Ispido, non fascista (lo dico con determinazione e contro le sue estemporanee asseverazioni) poiché gliene mancano la mascella e la cattiva retorica. Egli è piuttosto nipote di Prezzolini (quello dell’intervista sulla Destra) e credo che perfino prediliga “il suo stereotipo crudele, la sua finta albagia, il suo disprezzo per la mediocrità”.
Ma per tornare alla “Lettera alla figlia del Tipografo”, Longanesi discorre con Norma, la sua interlocutrice, piuttosto di caratteri tipografici e costruisce su di essi un meraviglioso affresco nel quale marca la dominante superiorità dei “Bodoniani” sugli “elzeviri”, cioè dello spirito napoleonico dei primi sullo stile andante, “bastardo” e compromissorio degli altri. Gli sembra cioè che il Bodoni rappresenti il “carattere” adeguato solo per i massimi scrittori, così come fra le lingue, solo per il greco, il latino e l’italiano, non per il francese: cui “esso non si confà per il suo procedere in maniera non piana, non unita, non fluida”(Leopardi).
Per queste ragioni, al termine della lettura e sperando di sopravvivere a qualche legittima reazione, mi sono chiesto: Buccico può considerarsi un “Bodoniano”o un “elzevirista in corpo 10”?
Mi è bastato rileggere con attenzione la rapida e densa introduzione che precede la “Lettera” per cogliere nei rimandi biografici e negli spunti di ammirata identificazione la evidente convivenza di un riflesso “Bodoniano” (la forza cioè di un dissimulato orgoglio borghese) con la scaltra retorica di un elzevirismo colto e seduttivo che forse perfino a Longanesi non sarebbe dispiaciuto.
E’ solo una modesta osservazione a margine. Che vale a chiarire che nulla accade a caso.
Anche un libretto prezioso e introvabile rimesso in circolo da un “Grande Borghese Bodoniano” (per quanto aperto ad influenze levantine) può servire a spiegare (in parte, solo in parte) il mistero che ci portiamo dentro.

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