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La Basilicata, i luoghi, le persone
Potenza, città negata

Basilicata

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Ho seguito e letto con attenzione dovuta, tutte le parole pubblicate su Il Quotidiano dedicate a Potenza, seguite alla iniziativa che il sindaco Santarsiero ha organizzato presso piazza Duca della Verdura altrimenti detta piazzetta del pesce, giusto perché mi piace tanto la toponomastica antica, fonte storica di prima qualità specie per una città come Potenza distrutta ciclicamente dai terremoti non solo nelle sue strutture urbane e di architettura civile e religiosa ma nei ricordi e nella memoria. La storia di Potenza è legata esclusivamente alla storia delle ricostruzioni post sisma, da sempre, purtroppo! 

Ad esempio, cercavo io stessa di ricordare come fosse la città prima della costruzione del Serpentone e di viale dell’Unicef, altrimenti detto fondovalle: e malgrado mi sia sforzata di ricordare ne ho perso la memoria, completamente così come succede alla maggior parte dei cittadini che, nella speranza della ricostruzione, obliterano il passato, lo negano, lo allontanano. Di certo so che la fondovalle, già in Età Medioevale, si chiamava via dei Palmenti con un verosimile riferimento alle cantine per la produzione e conservazione del vino molto apprezzato da re Carlo I d’Angiò se grandi quantitativi di esso venivano trasportati a Napoli per i pranzi di corte e per la mensa del re. Via dei Palmenti era la zona anche per la conservazione di altri prodotti e, probabilmente, vi erano anche stalle per bovini, ovini e caprini se la produzione di latte, formaggi e lana viene descritta in molta documentazione. Il monte Cocuzzo si chiamava così anche nel Medioevo, oggi diversamente detto Serpentone e da quel monte veniva assediata la città dagli eserciti nemici. 
 A valle c’era una contrada denominata Campi Saraceni, forse in riferimento a qualche assedio di età altomedioevale e che nulla ha da condividere con i Turchi e i Mori della Storica Parata dei Turchi. Montereale si chiama da sempre così, il nome evidentemente piace ma nessuno sa da dove derivi e nel corso del XIV secolo gran parte di questo monte apparteneva alla potentissima famiglia De Madio che vantava anche un vescovo della città e possedimenti in terre e palazzi in città e nelle contrade suburbane. Lo sappiamo anche dai documenti matrimoniali di Margherituccia De Madio che si sposò due volte portando in dote anche una pelliccia di lepre, status symbol delle donne più ricche di allora. A Potenza fa freddo e necessitava coprirsi anche allora! Conciatori di pelle e macellai si posizionavano con botteghe su via Corbiseriorum quel tratto di strada dell’attuale via Pretoria che, attraversava e poneva fine a piazza del Sedile e si spingeva, per un breve tratto nei due sensi. La via principale denominata pubblica era quella che dalla Cattedrale arrivava a San Michele, entrambe queste chiese affondano le loro radici nel V secolo, ce lo dice la documentazione ma anche ritrovamenti di mosaici e segni decorativi paleocristiani. Perché la diocesi di Potenza è fra le 4 diocesi più antiche di Basilicata, o sarebbe meglio dire Lucania, insieme alle diocesi di Venosa, Acerenza e Grumentum, città che nascevano sulla via Herculia. Ad esempio a Potenza con il ponte “romano di San Vito” ci si collegava a questa via consolare ma il ponte, durante il Medioevo, si chiamava ponte di Sant’Oronzo, primo patrono della città. L’intento di queste parole non è quello di divulgare notizie storiche ma risiede nella mia angosciante certezza che sono in pochi a conoscerle, cultori di storia locale, cittadini attenti e innamorati del proprio passato. I più credono, e un bel gruppo lo fa con ben altri intenti, che Potenza non abbia una sua storia se si escludono le notizie che, meno male, circolano dopo i festeggiamenti del Bicentenario e dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Prima di queste date, pare che nulla ci fosse, noi stessi potentini proviamo più piacere a dire che non eravamo piuttosto che ricordare e restaurare quella parte di memoria che spinge a far tornare alla luce la normale storia di una città, i suoi accadimenti più importanti con l’arrivo di papi e re, con i suoi assedi e rivolte come, ad esempio, quella filo-sveva che partì proprio da Potenza e che vede nei versi di Eustachio da Matera, la descrizione degli uomini che la compirono e la loro deportazione in molti paesi limitrofi, dopo la distruzione della città operata da Carlo I. Insomma, Potenza è una città negata, negata e dimenticata dai suoi stessi concittadini che la rifiutano, a onor del vero, e come avviene in tutte le città in cui il terziario richiama persone dai centri limitrofi, ben pochi potentini di antica generazione. Anche i miei nonni, provenivano da altri paesi e si trasferirono a Potenza, durante e subito dopo la Seconda Guerra Mondiali, entrambi lavoravano al Comune, uno al Dazio e l’altro all’anagrafe. Mio padre, invece, studiava al Principe di Piemonte e viveva in Collegio a Potenza già durante la guerra. 
 Ma io sono nata e cresciuta a Potenza come i miei genitori e mi sento cittadina di questa città, non sono nostalgica verso i paesi di origine dei miei nonni, pur conservandone la memoria. Non faccio parte di quel nucleo di potentini che, pur se nati e cresciuti in questa città, continuano a identificarsi con i luoghi di provenienza dei loro avi. Potenza è una città che accoglie tutti da due secoli, il meglio e il peggio dei Lucani provenienti da altri paesi, si trasforma e si adegua a ogni circostanza, cambia forma e rinasce dopo ogni sisma, resiste prepotentemente alla Natura che la distrugge e agli uomini che la abitano senza amore, negandola, definendola brutta anzi sentendosi indifferenti o quasi infastiditi se la città ha qualche riconoscimento. Sono più felici se, ad esempio, l’ex sindaco Cacciari nel visitarla la definisce brutta, provano una sorta di orgoglio malato che, ancora una volta, dimostra la mancanza di amore e rispetto. Però, tutti aspirano ad uno scranno o poltrona potentina, in istituzioni politiche, pubbliche e culturali, tutti desiderano quei ruoli che selvaggiamente occupano pronti a succhiare alla città ogni linfa vitale, vivendola con astio, con spocchia e definendola brutta e priva di storia, All’entrata del Castello di Lagopesole si trovano ai lati del portone di ingresso due scritte attribuite dalla tradizione a Crocco, una di esse ci ricorda che “negando la verità si hanno dispiaceri” che nel concetto non si discosta da quella più famosa che campeggia ad Auschwitz “chi non conosce la storia è costretto a riviverla”! Qualcuno provi a non essere polemico tanto per il gusto di esserlo e a non essere così sdolcinato nel guardare vecchie fotografie pubblicate sui social network con esclamazioni senza senso «come era bella Potenza allora!!!!!». 
Una città è viva se si trasforma, altrimenti sarebbe immutabile e morta, un museo: sarebbe come dire che intorno al Colosseo non deve esserci l’asfalto e altre abitazioni di tempi più recenti. Una città museo in agonia e prossima alla morte come Venezia che diventerà un’altra Pompei, simbolo di cultura e innegabile bellezza ma morta, senza abitanti, non più in crescita. Il centro storico di Potenza non è assolutamente brutto e in esso si trovano palazzi e strade che seguono le mode architettoniche di tanti periodi storici. Cosa avremmo pensato noi oggi se, dopo la caduta di un’ala della chiesa della Trinità, costruivano via Pretoria e, con un colpo di spugna, buttavano giù tutte le casette per riempire e costruire piazza Prefettura? Come avremmo reagito, oggi, di fronte al “risanamento” di via Addone? Se solo penso alle polemiche sulla pavimentazione di piazza Prefettura e sui famosi pali, e anche alle mie stesse parole su quella illuminazione che proprio non mi piace! Potenza è abitata da uno sparuto gruppo di potentini mentre tutti gli altri sono impotentini, e che nessuno si offenda perché il mio intento è quello di spingere verso una riflessione per smettere di considerare Potenza come una città negata, negata dai suoi stessi abitanti. 
Oggi, 4 agosto, mia figlia Lydia compie 25 anni e queste parole sono il mio regalo perché Lydia, come tutti gli altri giovani, sono il futuro di questa città. Il mio invito a Lydia e a tutti gli altri giovani è quello di vivere la città con amore perché per migliorarla ci vuole passione, senso di appartenenza, ci vuole riconoscimento in una comune identità e conoscenza profonda della propria storia. Dovete essere voi giovani a insegnare ad amarla e a trasformare i freddi impotentini in passionali potentini!

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