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Inchiesta sui fratelli TarriconeChiuse le indagini delle Fiamme gialle

Basilicata
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POTENZA - Il cuore del gruppo Tarricone è salvo, ma restano le accuse di bancarotta per le società trasferite in Svizzera con qualche milione di debiti sul groppone. Come pure per i sindaci, il notaio di fiducia e i «prestanome» d’oltralpe.

Sono 15 i destinatari dell’avviso di conclusione delle indagini sulla maxi-frode al fisco e fornitori che avrebbero messo a segno tra il 2007 e il 2011 i fratelli imprenditori di Muro Lucano.

In questi giorni i militari delle fiamme gialle stanno notificando agli indagati i capi d’accusa formulati nei loro confronti dal pm Sergio Marotta, poco prima del suo trasferimento a Napoli.

Tra loro c’è anche Antonio Di Lizia, venosino di nascita ma potentino d’adozione, considerato «l’ideatore e l’estensore» delle operazioni con cui le bad company del gruppo sono state “svuotate” prima di essere inviate in Svizzera.

Di Lizia è indagato per associazione a delinquere assieme a Vito, Fabrizio, Federico, Giuseppe e Carlo Tarricone, più 5 dei contabili delle società.

Ma a febbraio dell’anno scorso il gip Rosa Larocca aveva respinto la richiesta di misure cautelari nei suoi confronti.

«Posto che quest’ulimo ha messo a disposizione il suo patrimonio di conoscenze giuridiche e la sua professionalità  -scriveva il magistrato - per consentire la predisposizione degli atti costitutivi delle società, e posto che con l’estrinsecarsi di essi è venuto a realizzarsi quel sistema di imprese riconducibili ai fratelli Tarricone preordinato alla frode ai creditori e al fisco, ciò che difetta a parere di chi scrive è la sussistenza di dati di fatto dai quali poter ritenere che sia stato proprio il notaio ad architettarlo».

In altri termini sarebbero mancati «elementi concreti dai quali poter desumere a (...) un ruolo di regista dell’operazione complessiva in capo al Di Lizia, secondo quanto ipotizzato dall’organo dell’accusa, in virtù del quale avrebbe cooperato quantomeno alla pari se non in posizione di primazia rispetto ai fratelli Tarricone nella realizzazione della stessa in ragione del patrimonio conoscitivo di cui egli evidentemente dispone a differenza di questi ultimi, immediati beneficiari dei profitti criminosi in parte già realizzati e per altra parte in via di realizzazione, attraverso l’autoalimentarsi del gruppo societario».

Di diverso avviso si sono mostrati gli inquirenti che non hanno fatto un passo indietro né nei suoi confronti né sulle ipotesi di bancarotta fraudolenta, per quanto ridotte rispetto all’impostazione iniziale.

Infatti, una volta smentito dal Riesame l’assunto sull’esistenza di una «holding di fatto» a capo del gruppo, e respinta la richiesta di fallimento per la società considerata il cuore del gruppo, è scomparsa anche l’ipotesi relativa di bancarotta.

Ad ogni modo il grosso delle accuse restano quelle di evasione fiscale, per un ammontare di circa 26milioni secondo l’assunto di partenza della Procura, che diventano non più di 7 per le difese.

I 5 fratelli Tarricone sono indagati anche per l’appropriazione «indebita», dalle casse delle loro società, dei 35 milioni di euro versati da Lottomatica per l’acquisto di Totosì, nel 2008. Quindi ancora di «malversazione» rispetto a un contributo di quasi 4milioni di euro, erogato secondo la vecchia legge 488 del ‘92, per l’«acquisto di di macchinari e attrezzature “nuovi di fabbrica”  per l’ampliamento dello stabilimento “ex Moretti”» di Balvano. Infine truffa nei confronti di 3 ditte produttrice di tappi e bottiglie “gabbate” per poco meno di 4milioni e mezzo di forniture mai pagate.

l.amato@luedi.it

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