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Dsa, quando è la scuola a lasciare ferite
Il lavoro di Antonella Amodio
sulle fragilità dell'età adulta

Basilicata

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POTENZA - Non un attacco all’istituzione scolastica, bensì «un riconoscimento del suo grande potenziale e, come ogni strumento potente, è in grado di incidere profondamente sia nel bene che nel male».
Non è un momento facile per la scuola italiana. E questa ricerca firmata da Francesca Antonella Amodio, “La scuola come possibile fattore di rischio” (EditricErmes), sembrerebbe ancora più mettere sul banco degli imputati un’istituzione fondamentale. Ma che, proprio in quanto tale, andrebbe ripensata per rispondere alle necessità di chi dovrebbe essere formato, i nostri ragazzi.
Per questo Amodio precisa: «il mio non è un attacco all’istituzione scolastica. Se dovessimo fare una ricerca su quante giovani vite la scuola ha salvato, i numeri sarebbero certo maggiori, eppure questo non ci esime dalla costante ricerca di salvarle tutte».
Una ricerca - spiega Amodio, psicoterapeuta con una pluriennale esperienza proprio nel campo dei disturbi nell’apprendimento - che nasce intorno al 2010, quando nel suo studio si presenta un cinquantenne. Siamo assai lontani dalla fase scolare, certo, ma i problemi riportati allora si ripresentano oggi, «con uno stato depressivo piuttosto severo, che aveva alterato i suoi parametri fisiologici in merito all’alimentazione e ai ritmi sonno-veglia». Un Dsa non riconosciuto: questa la diagnosi. A distanza di decenni quel percorso scolastico frustrante è ancora un trauma, una ferita con effetti permanenti. La scuola: tutto nasce da lì. Un percorso fallimentare che aveva avuto come risultato una profonda fragilità. E i buoni risultati conseguiti con quel paziente iniziano a far riflettere su come si possa cambiare anche la scuola, perchè sia più funzionale ai bisogni dei ragazzi. Perchè sappia farli crescere nel migliore dei modi. E se in passato non si parlava affatto di questo disturbo - si calcola un 5% di adulti assolutamente ignaro di avere queste caratteristiche - oggi non si può continuare a trattare un soggetto con difficoltà come “un asino”, mortificando l’autostima del bambino. A meno che non gli si voglia infliggere danni permanenti.

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