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'Ndrangheta "caso Reggio": due condanne e tre assoluzioni

Basilicata

Due condanne, un proscioglimento per morte del reo e tre assoluzioni. Queste le richieste che il Pm Vincenzo Capomolla, ha formulato oggi a Catanzaro.

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Due condanne, un proscioglimento per morte del reo e tre assoluzioni. Queste le richieste che il pubblico ministero Vincenzo Capomolla ha formulato oggi a Catanzaro, al termine della requisitoria, nell’ambito dei sei giudizi abbreviati per i presunti componenti di un comitato d’affari che avrebbe tentato di condizionare alcuni magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Su tutti grava l’ipotesi di concorso esterno in associazione di stampo mafioso e violenza a corpo giudiziario (quest’ultimo reato non è però contestato a Giorgio De Stefano).
Dopo la propria discussione il rappresentante della pubblica accusa ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare distrettuale, Antonio Battaglia, di riconoscere la colpevolezza dell’avvocato Paolo Romeo, di 61 anni, ex deputato del Psdi, e del giornalista Francesco Gangemi, direttore del periodico «Il Dibattito», e di infliggere loro quattro anni di reclusione ciascuno (la scelta del rito abbreviato comporta lo sconto di pena di un terzo).
Il pm ha chiesto inoltre che sia dichiarato il non luogo a procedere nei confronti dell’avvocato Francesco Gangemi, omonimo e cugino del giornalista; ed infine che vengano assolti «per non aver commesso il fatto» l’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena; Riccardo Partinico, 51 anni, collaboratore del periodico «Il dibattito»; l’avvocato Giorgio De Stefano, ritenuto inizialmente dall’accusa referente dell’omonima cosca reggina.
Dopo il pm hanno discusso anche i difensori delle parti civili, i magistrati Vincenzo Macrì e Francesco Mollace, che compaiono come parti offese nell’inchiesta.

Il prossimo 5 dicembre, invece, cominceranno le arringhe dei difensori degli imputati, tra i quali gli avvocati Giuseppe Fonte, Emidio Tommasini, Fabio Cutrupi, Gregorio Viscomi, Pino Verdirame. Allora saranno trascorsi oltre due anni dall’inizio di questa udienza preliminare, seguita alla richiesta di rinvio a giudizio sottoscritta dal procuratore aggiunto della Repubblica di Catanzaro, Mario Spagnolo, e dal sostituto procuratore Luigi De Magistris, titolari delle indagini. Secondo le accuse, formulate dopo le lunghe indagini della Polizia, il periodico «Il Dibattito» sarebbe stato utilizzato per pubblicare di notizie riservate relative a importanti inchieste, ed anche per denigrare i magistrati della Dda, in modo da fare indebite pressioni su di loro al fine di condizionarne alcune inchieste sui rapporti tra mafia e politica. Agli accusati, infatti, è contestato il concorso nell’associazione mafiosa «inizialmente diretta dalla cosca De Stefano-Tegano, e poi dalla struttura unitaria di vertice della 'ndrangheta insediatasi dopo la pax mafiosa». Gli investigatori assegnano a Romeo il ruolo di referente «per ogni affare»; a De Stefano quello di referente dell’omonimo clan, cui sarebbe affiliato; a Matacena quello di referente politico; ai cugini Gangemi quello di elementi di collegamento con ambienti istituzionali grazie alla conduzione del Dibattito; a Partinico di congiunzione con i vari settori di volta in volta utilizzati. Il sodalizio, sempre secondo le accuse, grazie anche alla virulenta campagna di aggressione e delegittimazione operata col periodico diretto da Gangemi (diffuso pure nelle carceri), avrebbe tentato di condizionare l'attività dei magistrati, in modo da garantirsi vantaggi quali la conoscenza di notizie segrete, l’aggiustamento dei processi, il trasferimento di toghe scomode o di detenuti, la conquista di posti di lavoro e il controllo di attività economiche e di appalti pubblici, come dell’attività politico-amministrativa, con precisi collegamenti con vari livelli istituzionali e politici (il riferimento è alle persone indagate nel filone d’inchiesta passato per competenza territoriale a Reggio). L’accusa di violenza a corpo giudiziario è relativa a quei ripetuti attacchi definiti nella richiesta di rinvio a giudizio «calunniosi, falsi, allusivi, violenti, talvolta riportanti notizie coperte da segreto investigativo», pubblicati dal 'Dibattitò negli anni compresi fra il 2001 e il 2005. Gran parte delle accuse, però, non sono state ritenute sostenibili dal sostituto procuratore Capomolla, che ha chiesto l’assoluzione per metà degli imputati.

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