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Ruscio, un anno dopo la tragedia

Basilicata

Polia, il paese natale, e Vibo Valentia dove dodici mesi fa lasciava tragicamente la vita all'ospedale “Jazzolino” per un banale ascesso tonsillare, si stringono nel ricordo di Eva

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Piange il cielo sopra Polia proprio come un anno fa. E piange anche sulla città di Vibo Valentia dove dodici mesi fa Eva Ruscio lasciava tragicamente la vita all'ospedale “Jazzolino” presso il quale era stata ricoverata per un banale
ascesso tonsillare e dove invece ha trovato la morte per la noncuranza e la scarsa professionalità dei medici che l'hanno assistita. Piangono gli amici e i compagni dell'istituto magistrale “V. Capialbi” che questa mattina saranno
presenti alla funzione religiosa che sarà officiata nel Duomo di San Leoluca in suffragio della piccola Eva. Versa lacrime anche la comunità poliese,
la frazione Menniti in cui Eva ha trascorso i suoi anni e dove questo pomeriggio alle 17.00 nella chiesetta di San Nicola di Bari don Giovanni Battista Tozzo celebrerà una messa per non dimenticare. Per non dimenticare l'evento luttuoso che ha segnato per sempre la collettività e per accompagnare il dolore dei familiari, di papà Pino, di mamma Giovanna e dei due fratelli di Eva che si apprestano a trascorrere il secondo Natale senza il 'sorriso' di casa. Un sorriso che si apriva a tutti e che non può essere sostituito da nulla. Perché Eva era solare, vivace e altruista, piena di sentimenti e amante della vita. Mille ragioni
per ricordare la giovane, dai capelli ricci e scompigliati, alla sua passione per il Milan e per i “Tokio Hotel”, la sua forza, il suo non lamentarsi mai neanche mentre soffriva nel reparto di Otorinolaringoiatria. Perché già all'arrivo
in ospedale Eva dava segni di sofferenza, non riusciva neanche a parlare, comunicava solo a gesti. Tre giorni che le saranno sembrati lunghi una vita, appesantiti dalla noncuranza del personale medico e dall'inarrestabile peggiorare
delle sua condizioni. Poco meno di anno fa mamma Giovanna raccontava di come Eva fosse entrata in sala operatoria, facendole comprendere il suo interrogarsi su cosa sarebbe successo una volta dentro, quasi supplicandola di non lasciarla sola.
Cosa sia accaduto dopo lo si può apprendere solo dalla perizia dei medici legali nominati dalla Procura, i professori Pasquale rugliano e Giuseppe Vacchiano dell'Università del Sannio di Benevento, una relazione che parla di «imperizia, imprudenza e negligenza da parte dell'equipe medica». Sarebbe da ritenere censurabile l'atteggiamento assunto dai medici del reparto di fronte al caso clinico presentato da Eva, secondo i periti infatti «l'ingiustificabile condotta nei confronti della paziente sarebbe stato del tutto attendista, mentre una corretta diagnosi avrebbe dovuto imporre una terapia antibiotica d'urto, a più largo spettro. Sarebbe stata necessaria una precisa delimitazione topografica della raccolta ascessuale, una precoce cervicotomia e si sarebbe potuta evitare
l'acutizzazione dell'ascesso». I periti non tralasciano la condotta degli anestesisti, i dottori Carlo Maria Ciampa, Francesco Costa e Andrea Lucibello «il cui approccio al caso fu di imprudente sottovalutazione della gravità del caso». Lo scorso ottobre il numero degli indagati per la morte di Eva, nei confronti dei quali i sostituti procuratori Simona Cangiano e Fabrizio Garofalo ipotizzano il reato di omicidio colposo, è salito a sette: oltre agli anestesisti sono implicati il primario del reparto di Otorinolaringoiatria, Domenico Sorrentino, che secondo gli inquirenti «avrebbe dovuto vigilare in ordine agli eventi lesivi riguardanti i pazienti ricoverati e conseguenti a condotte colpose dei medici che prestano servizio nel reparto», e i tre otorini Gianluca Bava, Francesco Morano
e Giuseppe Surace accusati perché «nell'assistere la paziente tenevano condotte indipendenti connotate di negligenza e imperizia». A causa del comportamento
omissivo colposo i medici non avrebbero impedito che la patologia invece di ritirarsi si estendesse a i tessuti oro-faringei, i muscoli mandibolari e del pavimento buccale provocando il decesso della paziente. Certo è che a sedici anni
non si può andare a morire così in una struttura ospedaliera in cui il primo dovere dev'essere quello di preservare la vita.

Caterina Pellegrino

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