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Lavoro nero, condannati a Bologna due imprenditori

Basilicata

Il tribunale di Bologna ha condannato due crotonesi, Francesco Calvo, titolare della ditta 'Edilcalvò, e Giovanni Minà, rispettivamente a due anni e a un anno e sei mesi di reclusione

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E' finita con due condanne la vicenda giudiziaria nata dalla denuncia di alcuni operai moldavi sfruttati e impiegati in nero in una ditta edile di Bologna. Un’inchiesta che consentì, per la prima volta in Italia, l'estensione dell’articolo 18 del testo unico, che concede il permesso di soggiorno alle vittime di racket, anche ai lavoratori irregolari sfruttati (finora è stato applicato quasi esclusivamente alle prostitute che denunciano i loro sfruttatori). Il tribunale collegiale di Bologna, presieduto dal giudice Franco Raffa, ha condannato Francesco Calvo, nato a Crotone 39 anni fa e titolare della ditta 'Edilcalvò, e Giovanni Minà, anche lui di Crotone, 26 anni, braccio destro di Calvo, rispettivamente a due anni e a un anno e sei mesi di reclusione. L'accusa è di favoreggiamento della permanenza di lavoratori stranieri irregolari per ottenere un ingiusto profitto derivante dall’utilizzo di manodopera in nero e quindi a basso costo. Il pm Valter Giovannini, titolare dell’inchiesta, aveva chiesto l'assoluzione per insufficienza di prove per l’accusa di associazione a delinquere e la condanna, rispettivamente a tre anni e sei mesi e a tre anni, per l’altro capo di imputazione (un terzo imprenditore indagato morì pochi giorni prima dell’esecuzione delle ordinanze di custodia). Secondo l’accusa, gli imputati reclutavano gli operai tramite annunci, promettendo assunzione e permesso di soggiorno per il quale chiedevano una sorta di tangente di quasi 2.000 euro, oltre alla consegna del passaporto. In realtà ai moldovi toccava lavoro nero e sottopagato che non avrebbe mai portato alla regolarizzazione. Alcuni si indebitarono per pagare la tangente, altri si videro trattenere il denaro dalla paga. I 12 operai che, nella primavera del 2006 denunciarono gli sfruttatori, si rivolsero anche al sindaco Sergio Cofferati e ottennero, anche grazie all’intervento del pm e alla collaborazione di questura e Comune, un permesso di soggiorno vero e proprio (dopo quello ottenuto per motivi di giustizia per testimoniare al processo) per rimanere in Italia e lavorare regolarmente. Durante la requisitoria in aula, il pm ha sottolineato il ribaltamento dei ruoli: una sorta d’inversione storica delle parti in un processo che vedeva imputati due calabresi emigrati al nord con l’accusa di aver sfruttato migranti arrivati nel nostro Paese con la speranza di poter lavorare e ottenere la regolarizzazione.

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