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«Lanera l’ha ucciso mio padre»

Basilicata

Melfi. Clamoroso sviluppo dell’interrogatorio dei due arrestati per l’omicidio dell’avvocato. Il figlio accusa il genitore e ammette solo un ruolo da “palo”

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Avrebbe confessato. E addossato la responsabilità dell’assassinio dell’avvocato Francesco Lanera sul padre, ammettendo solo un ruolo da “palo”. I maggiori indiziati dell’omicidio di Lanera, Vincenzo e Michele Ruberto, padre e figlio di cinquantuno e ventisette anni, sono stati interrogati ieri nel carcere di Melfi dal Giudice per le indagini preliminari, Luigi Galasso. Mentre il padre Vincenzo si è avvalso della facoltà di non rispondere, pare che suo figlio Michele abbia invece accusato il genitore di aver materialmente commesso l’omicidio del giurista melfitano, ammazzato il 10 aprile del 2003. Quel caldo pomeriggio, il
ragazzo, all’epoca dei fatti di soli ventuno anni, avrebbe atteso l’arrivo in studio di Francesco Lanera, osservandolo dal sagrato dell’adiacente duomo di Melfi. Accertatosi dell’ingresso avvenuto, Michele Ruberto avrebbe comunicato al cellulare del padre di raggiungerlo sul posto. Nel piccolo studio legale, stando alla deposizione del giovane, il padre avrebbe esploso diversi colpi di pistola in direzione del legale. Se i primi due colpi sarebbero andati a vuoto, i successivi si sono poi rivelati fatali. Michele Ruberto avrebbe poi detto al giudice per le indagini preliminari che il padre gli aveva solo chiesto collaborazione in un servizio, non meglio specificato, da compiere assieme. Pertanto il ragazzo avrebbe sostenuto di non essere stato informato dal genitore della sua volontà di uccidere. Le clamorose rivelazioni, se confermate, avvalorerebbero completamente la tesi accusatoria messa in piedi dal pool
investigativo che ha portato all’arresto dei due uomini. Resta da trovare, infine, l’arma del delitto. Anche su questa circostanza il giovane Michele Ruberto
pare sia stato abbastanza chiaro nel momento in cui avrebbe confermato che la sua pistola, non essendo stata utilizzata, sarebbe stata riportata a casa. L’arma del padre, al contrario, sarebbe stata gettata nel pozzo di una campagna in periferia. Chiaramente sono già scattate le ricerche di polizia e carabinieri per risalire all’arma di un delitto efferato ed incomprensibile. Una parcella ritenuta esosa, un processo perduto, potrebbero aver condannato uno stimato avvocato del foro di Melfi. All’interrogatorio dei Ruberto, che si è svolto nella casa circondariale di via Lecce, ieri ha inteso prendere parte anche il procuratore della repubblica, Domenico De Facendis, proprio in considerazione
della delicatezza di un caso in via di risoluzione. Vincenzo Ruberto, che era detenuto in altro carcere, ha nominato un legale del foro di Lecce che però ieri risultava assente. Pertanto l’uomo, già in carcere per un’accusa di violenza carnale, ieri è stato assistito da un legale d’ufficio.

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