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'Ndrangheta, scure sul clan Labate

Basilicata

Il gip del tribunale di Reggio Calabria ha condannato 34 persone perchè ritenute responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, danneggiamento ed estorsione

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Il giudice per le udienze preliminari del tribunale di Reggio Calabria, Daniele Cappuccio, ha condannato 34 persone perchè ritenute responsabili a vario titolo di associazione per delinquere di tipo mafioso, danneggiamento ed estorsione. Il processo, svoltosi con rito abbreviato, è scaturito a conclusione dell’operazione «Gebbione», eseguita il 25 luglio del 2007 dalla squadra mobile di Reggio Calabria, coordinata dalla Procura distrettuale antimafia, contro esponenti e gregari del clan Labate, indicato dagli inquirenti come gestore di traffici illeciti nella zona sud della città.
Le condanne maggiori, rispettivamente a 14 e 10 anni, riguardano i fratelli Michele e Santo Labate, ritenuti i capi indiscussi, con i fratelli Pietro e Antonino, dell’omonima cosca della 'ndrangheta.
L’organizzazione, secondo quanto emerso dalle indagini, aveva persino imposto alle Omeca, un’azienda produttrice di materiale ferroviario del gruppo Finbreda spa ubicata nel quartiere «Gebbione», l’assunzione di persone di propria fiducia, mettendo in atto gravi rappresaglie ai danni di sindacalisti e dirigenti. Il Gup ha ordinato la confisca di un esercizio commerciale denominato «Di pane in pizza» di proprietà di Mirella De Maria, condannata a due anni e quattro mesi di reclusione e legata da stretti vincoli di parentela con i Labate.

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