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Archivio fantasma, indagate 2 giunte del Crotonese

Basilicata

L’inchiesta aperta dalla Procura di Taranto. I reati contestati riguardano l’abuso in atti d’ufficio. Crotone e Rocca di Neto convenzionate con una società senza permessi: 29 avvisi di garanzia

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Sono ventinove le persone indagate dalla Procura di Taranto, tra cui due intere
amministrazioni comunali, quella di Crotone e quella di Rocca di Neto.
I reati contestati riguardano l’abuso d’ufficio in concorso. Tutto ruota intorno ad un progetto "Suasco", riguardante il riordino degli archivi comunali, che però, secondo il Pm, non aveva le autorizzazioni della sovrintendenza archivistica della Calabria.
Secondo l'accusa i due Comuni volevano rifare l’archivio, falsando patrocini e curriculum, e gli amministratori «avrebbero attribuito falsamente a Tuzzi Arturo la qualità di funzionario del Ministero per i beni culturali e avrebbero dichiarato falsamente il coinvolgimento del ministero e della Soprintendenza Archivistica della Calabria».
Ancora secondo il Pm, gli indagati «con artifici e raggiri avrebbero promosso e proposto al Comune di Rocca di Neto un progetto chiamato Suasco, privo delle autorizzazioni della Soprintendenza archivistica della Calabria».
E questo progetto sarebbe poi stato proposto (arrecando danno, secondo il Pm)
anche ad una sfilza di Comuni calabresi come Cotronei, Gerocarne, Petilia Policastro, Borgia, Simbario, Crucoli, Isola Capo Rizzuto, Lamezia terme, Belvedere Spinello e tanti altri. Tutto gira attorno alla figura del titolare della società che è appunto un tarantino.
Ventinove persone dunque, a fine marzo, si recheranno a Taranto per essere sentiti dal Pm, Filomena Di Tursi.
Tra gli indagati i sindaci Peppino Vallone, diCrotone e Alfonso Dattolo, di Rocca di Neto, nonchè le due giunte, in quanto avevano approvato con una delibera il progetto attestando «che il curriculum tecnico presentato dalla società di Archiviometrica di Taranto aveva attestato la sua consolidata esperienza nel campo dell’archiviazione e dei servizi analoghi, svolti presso altre amministrazioni e regolarmente validati dalla Soprintendenza ai Beni archivistici competenti per il territorio».
Insomma questa società non aveva i requisiti adatti per lavorare, eppure lo faceva.
Gli amministratori avrebbero dichiarato il falso anche «per i fondi previsti per la realizzazione del progetto che erano stati autorizzati dal Ministero e dalla Regione Calabria e promettevano l’assunzione e l’impiego di sei unità lavorative da reperire presso la stessa amministrazione, da retribuire tramite appunto dei fondi destinati al progetto».

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