Salta al contenuto principale

IPG, IL COMMENTO
E adesso chi pagherà per gli errori?

Basilicata

Dopo lo sgombero dei giorni scorsi all'Istituto Papa Giovanni di Serra d'Aiello c'è chi non vuol sentire parlare di "manicomio" come accadeva a Nocera Inferiore e aspetta risposte

Tempo di lettura: 
1 minuto 54 secondi

di ROBERTO LOSSO
Ricordo ancora, con raccapriccio, lo spettacolo orrendo di quel lager chiamato ospedale psichiatrico di Nocera Inferiore. Lì venivano internati i malati di mente della provincia di Cosenza. All'epoca, le procedure del ricovero coatto erano sbrigative. Bastava andare in escandescenze, specie se in maniera violenta, per avere il destino segnato.
Davanti al male oscuro della psiche umana, le autorità sanitarie locali certificavano lo stato di pericolosità sociale. Iniziava, a quel punto, una vita senza futuro. Partivano con la camicia di forza. Difficilmente, però, ritornavano. Il manicomio, a quei tempi, non era un luogo di cura. Era, al contrario, l'anticamera della morte civile. Quasi un girone dantesco nel quale il malato espiava il peccato originale della sua fragilità. Dopo l'entrata in vigore della riforma Basaglia, l'amministrazione Provinciale avviò un'indagine sul trattamento riservato ai malati di mente per i quali pagava la retta. L'assessore Pasqualino Perfetti, insieme ad una delegazione d'amministratori e giornalisti, una mattina, si presentò senza preavviso ai cancelli dell'ospedale campano. Una volta dentro, molti avvertirono un crampo allo stomaco. C'era di tutto. Sporcizia, servizi igienici fatiscenti, corsie sovraffollate, malati legati ai letti. Gli uomini e le donne che vivevano in quel manicomio non erano più persone, ma oggetti vaganti consumati da elettroshock e psicofarmaci. Furono trasferiti in strutture più dignitose. Pochi tornarono a casa. Nel tempo, infatti, avevano perso tutto. Anche la famiglia.
Dopo decenni, scopriamo che, in Calabria, siamo ancora fermi ai “manicomi”. Almeno nella sua dimensione quotidiana. Negli ultimi tempi, nella lista nera c'era anche il Papa Giovanni XXIII di Serra d'Aiello.
Era un'oasi di pietà ed amore verso gli ultimi degli ultimi. Quando altrove si usava ancora l'isolamento e la camicia di forza. Chi lo ha ridotto così? I degenti che si sentivano a casa? I dipendenti che li assistevano senza percepire lo stipendio? Nel giorno della deportazione, davanti ai cancelli dell'istituto, in ogni caso, non c'era né la grande stampa né le telecamere di Raisat. Il dolore del cuore e della mente non fa notizia. Almeno in Calabria. E adesso chi paga? La verità dobbiamo conquistarcela. Non è una scelta priva di rischi. Specialmente per chi vuole cercarla nel ventre molle del malaffare. Importante, però, è non lasciare soli quelli che decideranno di non arrendersi. Come Antonella Grippo. Non hanno né scorta né santi in paradiso.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?