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L'incontro con Saverio Strati

Basilicata

Il direttore del "Quotidiano della Calabria", Matteo Cosenza, intervista lo scrittore calabrese.

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di MATTEO COSENZA
Tempo fa si svolse una discussione su quale fosse il criterio più funzionale per ordinare i libri della propria biblioteca. Umberto Eco, Giorgio Bocca e altri si divisero sostenendo soluzioni diverse: per materie, in ordine alfabetico, addirittura per le misure dei volumi. Non ho chiesto a Saverio Strati quale sia il suo ordine, ma per due indimenticabili ore l’ho visto muoversi con sicurezza nella sua casa tappezzata di libri, al terzo piano di via Giotto 4 a Scandicci, e alzarsi ripetutamente per andare a prendere quello che gli serviva in quel passaggio del discorso. Credo che anche bendato saprebbe trovare quanto gli serve, volume dopo volume, ognuno consumato e reso familiare dall’uso, da ognuno
uno spunto, una riflessione e tanta ricchezza. E’ la sua ricchezza, l’unica, oltre la sua adorata moglie Hildegard (insieme a lui nella foto), ma è un patrimonio che non gli dà più da vivere, neanche tutti i libri che ha scritto alleviano il suo disagio, perché ad un certo punto su di lui è caduto l’oblio e i suoi romanzi, almeno due, e i racconti sono rimasti nel cassetto. Da tre anni –ha scritto nella lettera allegata alla domanda di applicazione della legge Bacchelli – non presenta la dichiarazione dei redditi perché in casa sua non entra più alcun reddito. Il pudore lo ha portato a nascondere il più possibile la sua difficile condizione. D’altro canto nessuno si è occupato più di lui, e probabilmente se si fosse fatto un sondaggio in Calabria, anche ai massimi livelli, si sarebbe potuta avere la clamorosa conclusione che nella sua terra natale neanche sapevano dove fosse e se fosse ancora vivo.
Poi una persona colta e sensibile come Vincenzo Ziccarelli, che ha continuato
a frequentarlo con viaggi da Cosenza alla Toscana, ha avvertito che qualcosa non andava e ha lanciato l’allarme. Ora, con lo stesso pudore, il più grande scrittore vivente calabrese ammette di avere bisogno per sé e la sua compagna. Ha ottantacinque anni. Piccolo, minuto, fragile, cita spesso Antonio Gramsci, e su questo richiamo profondo viene da riflettere per tanti motivi, di cui uno preme sottolineare a chi scrive. Quando parla la fragilità scompare e affiora dal suo pensiero una forza illimitata che si trasforma nell’acciaio della speculazione intellettuale e dell’etica come costume di vita.
Strati cita Gramsci, e il pensatore sardo, condannato dal Tribunale Speciale perché il suo cervello potesse fermarsi per vent’anni, ritorna con il suo corpo,
minuto, fragile, perfino malformato, in questa stanza piena di libri per ricordarci che da quel corpo tanto disprezzato dal fascismo scaturirono l’elaborazione dei “Quaderni dal carcere” e le lettere ai figli de “L’albero del riccio” che non sarà mai troppo tardi andare a riprendere per farli conoscere alle nuove generazioni.
Come va?
«Non bene. Anche questa casa senza ascensore, con mia moglie
che ha difficoltà a muoversi... Ma non posso lamentarmi perché mi è andata meglio di Kant. Lui, una mente luminosa, il più grande filosofo dopo Platone - dice Schopenhauer -, che visse ottant’anni e a settantotto anni era già rimbambito al punto che non sapeva come si scriveva il suo nome. Ma Schopenhauer non conosceva Vico che anticipa addirittura l’evoluzionismo di Darwin che, pur essendo cattolico, non si rendeva conto di non credere alla creazione del mondo fatta da Dio quando fondava l’antropologia tramite la “Scienza nuova».
Intanto, però, quando si parla di filosofia si pensa alla Germania.«Purtroppo Vico non è preso in considerazione, anche se negli ultimi tempi nuovi studi lo stanno rivalutando, e qualcuno scopre con ritardo il saggio di Benedetto Croce su di lui. Vico è davvero un grande filosofo, anticipa tutto Hegel: i tedeschi non hanno inventato nulla, sicuramente non hanno superato i greci e nemmeno gli italiani»....

1|10]Leggi l'articolo completo su "Il Quotidiano della Calabria", oggi in edicola

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