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Sisma: 'ndrine lanciate sul business della ricostruzione

Basilicata

Le cosche calabresi da tempo operano in Abruzzo riciclando denaro e infiltrandosi negli appalti. Il primo allarme lanciato da Libera trova conferme nella relazione della Dna

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di CHIARA SPAGNOLO
Una terra lontana dai riflettori, in cui la 'ndrangheta può muoversi con relativa tranquillità, approfittando dell'enorme mole di finanziamenti che l'Unione Europea
invia ad una delle regioni considerate ancora ad Obiettivo 1. Questo era l'Abruzzo, fino alla notte maledetta tra il 5 e il 6 aprile, questo sarà nei prossimi mesi: terra di conquista per chi vorrà approfittare delle risorse messe a disposizione per la ricostruzione.
Organizzazioni criminali in prima linea, 'ndrangheta pronta a muoversi perché già
attiva sul territorio. Il rischio è alto. La possibilità che il dopo-terremoto
si trasformi in un terno al lotto per tutte le mafie, concreta.
L'allarme è stato lanciato due giorni fa dal procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, il quale ha ricordato l'esperienza fallimentare della ricostruzione
avviata dopo il sisma dell'Irpinia, che in ventotto anni ha fatto scomparire
fiumi di denaro e prodotto pessimi risultati. All'epoca furono spesi circa 50.000 miliardi di vecchie lire, ma solo la metà fu effettivamente utilizzata per la rinascita dei paesi distrutti, e le conseguenze si pagano ancora oggi.
«L'esperienza - ha affermato Grasso - impone di rendere più trasparenti gli appalti del dopo-terremoto, facendo attenzione a come vengono gestiti i fondi
milionari e a quali imprese vengono affidati i lavori con trattativa privata».
I lavori, appunto. Il nodo cruciale dei prossimi anni in Abruzzo, nei quali la 'ndrangheta giocherà senz'altro un ruolo da protagonista. Molte imprese di costruzioni calabresi, del resto, sono da tempo attive sul territorio abruzzese, quelle sane e quelle malate. Ci sono gli imprenditori seri, quelli che hanno tirato sù i palazzi che hanno retto alla furia delle scosse sismiche e ci sono i palazzinari alla Edoardo Nottola, che da anni lavorano grazie ad amicizie e connivenze nelle amministrazioni di quella regione. Le infiltrazioni non sono letteratura, come dimostrano le pagine della relazione prodotta a fine 2008 dalla Direzione nazionale antimafia. «La regione Abruzzo - è scritto nel documento
- da sempre produttrice di beni destinati all'esportazione e meta turistica soprattutto nella stagione balneare, è ormai da anni oggetto di forte attrazione
per la criminalità comune ed anche per quella mafiosa. Penetrante ormai la presenza di elementi legati alla camorra ma oggi anche alla mafia siciliana e, soprattutto, alla 'ndrangheta».
Considerazioni che restano sul filo dell'ambiguità, dal momento che nascono dall'esame di inchieste tutt'ora pendenti presso la Direzione distrettuale
antimafia de L'Aquila, dalle quali viene fuori il ruolo preponderante che i calabresi stanno conquistando nelle attività illecite sotto il Gran Sasso. Si tratta di spaccio di grossi quantitativi di sostanze stupefacenti, del cui mercato la 'ndrangheta è ormai leader incontrastata, ma anche di traffico d'armi, che le 'ndrine “girerebbero” alle organizzazioni criminali albanesi, che in
Abruzzo hanno importanti punti di riferimento. Si tratta, soprattutto, delle arti di cui la 'ndrangheta è regina: il riciclaggio del denaro sporco e l'infiltrazione negli appalti pubblici. A fare scuola, in questo caso, pare che siano stati i siciliani, dal momento che esponenti della malavita isolana legati alla famiglia Ciancimino, avrebbero fatto grossi investimenti nel settore turistico e commerciale. Un esempio che i “cugini” calabresi hanno seguito in tempi rapidi e con azioni altrettanto efficaci, puntando dritto verso il business dei rifiuti, in particolare quello legato alla realizzazione degli inceneritori. Il modello d'azione, in quest'ambito, è già pronto. Sperimentato con sucesso in altre parti d'Italia, dove - grazie a legami e connivenze - i calabresi sono riusciti ad arrivare al cuore degli appalti più lucrosi. L'esempio dell'Expo di Milano è solo il primo di una lunga serie, ma gli appetiti che possono nascere in vista della ricostruzione in Abruzzo sono di gran lunga più famelici. Per questo tutti i segnali non vanno sottovalutati. Per questo è necessario conoscere esattamente come si muovono le cosche sul territorio abruzzese, dove investono,
quali riferimenti hanno, dietro chi si nascondono.
A lanciare uno dei primi allarmi fu, un paio di anni fa, l'associazione Libera, che parlò di “colonizzazione discreta dell'isola felice”, ed il cui coordinatore,
Giuseppe La Pietra, fu oggetto di minacce ed intimidazioni. Un'altra voce fu poi quella dell'ex magistrato, poi senatore, Peppino Di Lello. Oggi a riaccendere i riflettori sull'Abruzzo è la magistratura, che vigilerà sulla ricostruzione. Il fiume di denaro avrà ben quattro diversi affluenti: gli stanziamenti statali e regionali, il fondo europeo per le emergenze, le donazioni dei cittadini e delle associazioni, il contributo internazionale in forma di fondi e mezzi. A quanto ammonteranno, alla fine, le risorse messe a disposizione è difficile quantificarlo, ma la 'ndrangheta - c'è da giurarci - i suoi conti li ha già fatti.

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