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IL COMMENTO
Non serve una tassa per l’Abruzzo

Basilicata

Ci sono momenti in cui tutto ciò che la civiltà ci ha messo a disposizione
viene spazzato via. Il dramma è aggravato dal fatto di essere catapultati in una vita da sopravvissuti

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di PIERANGELO DACREMA
Ci sono momenti in cui tutto ciò che la civiltà ci ha messo a disposizione
viene spazzato via. Nel caso di un terremoto, il dramma di dover piangere i morti è aggravato dal fatto di essere catapultati in una vita da sopravvissuti, da gente che ha perso la casa e tutte le dolcezze della propria quotidianità. Mai come in questi momenti si può capire che l'economia è essenzialmente gesto, e che il nostro benessere è fondato sull'accumulo e sulla ripetizione di una miriade
di piccoli eventi di cui gli uomini sanno essere artefici dediti e attenti. Di gesti apprezzabili, a detta di tutti, Silvio Berlusconi ne ha compiuti tanti in occasione di questa terribile emergenza abruzzese. E bene ha fatto, nonostante le aspre critiche di una sinistra sempre pronta a stigmatizzare certi suoi
atteggiamenti populistici, a convocare all'Aquila il prossimo Consiglio dei ministri, dando prova della chiara volontà dello Stato di stare accanto ai suoi cittadini più bisognosi e sofferenti. I quali, peraltro, sono stati da lui
ripetutamente rassicurati circa la pronta disponibilità delle risorse finanziarie occorrenti per la ricostruzione. Perché il capo indiscusso della maggioranza ha deciso di non ricorrere a una tassazione straordinaria dei redditi più elevati (oltre i 120-140.000 euro)? La domanda ha un significato che prescinde dall'evidente incongruenza tra l'importo necessario per far fronte al disastro (si parla di almeno una dozzina di miliardi di euro) e quello che si sarebbe potuto ricavare in virtù dell'adozione di una misura fiscale di questo tipo (è risibile, abbondantemente inferiore all'1 per cento, la frazione dei contribuenti italiani che dichiarano redditi superiori ai 100.000 euro). Sotto il profilo della giustizia sociale, infatti, sarebbe stato difficile sostenere che, in un'evenienza del genere, è sbagliato esigere uno sforzo speciale da parte dei “ricchi”. Berlusconi stesso, nei suoi discorsi - parlo di quelli non recenti,
che nulla avevano a che vedere con il terremoto -, ha usato spesso l'espressione “i nostri concittadini meno fortunati” per riferirsi alla parte meno abbiente della popolazione. Ora, chi avrebbe qualcosa da eccepire circa il fatto che i cittadini abruzzesi che hanno perso tutto sono, in questo momento, i “meno fortunati”, mentre i contribuenti più ricchi (che non hanno perso niente) sono i cittadini oggettivamente “più fortunati”? Detto per inciso, esistono vere e proprie teorie economiche volte a dimostrare che le imprese di maggiore
successo - quelle a maggior profitto - non sono tanto l'esito di una costante laboriosità e dell'impiego razionale di competenze specifiche quanto, tutto sommato, frutto del caso. E fa parte, con ogni probabilità, dell'esperienza di tutti l'aver constatato come alcune ricchezze personali abbiano tratto un sostanzioso alimento dalla “fortuna”, e la distruzione di altrettante sia stata causata dalla “sfortuna”. Ma non è certo con una disquisizione sul ruolo del fato nelle vicende della vita che possiamo sperare di affrontare il punto che ci sta a cuore, ovvero se abbia un senso, in certe circostanze, una tassa addizionale sulla ricchezza e, nella fattispecie, se abbia fatto bene il Governo a decidere
di non applicarla. Berlusconi ha mostrato subito di non gradire l'opzione, caldeggiata da Tremonti, del versamento di un obolo pro-Abruzzo attraverso il 5 per mille dell'Irpef. Le onlus hanno vivacemente protestato, e il premier non voleva essere accusato di aiutare i poveri togliendo ai poveri. Berlusconi non ha mai voluto neanche sentir parlare di tasse, parola che sa essere indigesta a tutti, o quasi. E non solo ha mostrato di preferire la parola “contributo” -
un contributo alla regione colpita dal sisma che avrebbe potuto coincidere anche con l'aumento temporaneo di un paio di centesimi del prezzo della benzina -, ma
quando lo ha fatto si è riferito soltanto a un criterio contributivo ispirato al “modello Telethon”. Il presidente del Consiglio sa che la generosità è una dote
degli italiani, soprattutto in certi frangenti, ma sa anche che è una qualità distribuita in modo erratico, poco o per nulla correlato alla misura dei redditi. C'è di più. Berlusconi - in ciò autentico uomo di centrodestra - è animato da una concezione eroica dell'esistenza. A un vero uomo “di destra” non potrà certo mancare lo spirito di solidarietà. Ma non potrà neanche mancargli la convinzione che, sotto sotto, è fortunato - in senso economico, s'intende - chi ha meritato di esserlo.
E perché colpire chi è stato meritevolmente fortunato con la “sfortuna” di una tassa straordinaria? Soprattutto, perché adottare un provvedimento che rischiava
di rendere invisi i meno fortunati ai fortunati, di allontanarli un po' gli uni dagli altri, o comunque di disturbare un clima di solidarietà, reale e palpabile,
dal quale il Paese sta traendo concreto vantaggio? Credo che siano questi i motivi per cui il Governo ha deciso di non ricorrere a una tassa straordinaria sulla ricchezza. Al di là delle soluzioni finanziarie escogitate dal Governo, il
modo migliore per onorare i defunti e per ricompensare in qualche forma i cittadini abruzzesi sarebbe quello di rendere questa terribile esperienza un vero e proprio punto di svolta, un momento di passaggio da una politica della Protezione civile a una della prevenzione. Come dicono geologi e sismologi, i terremoti non sono eventi straordinari bensì connaturati alla vita della terra. L'Italia è un Paese notoriamente ad alto rischio sismico. Il primo passo verso una politica della prevenzione sta nella costruzione degli edifici, pubblici e
privati, nel rispetto delle norme antisismiche. Siamo tutti coinvolti: la pubblica amministrazione nella concessione (non sempre oculata) dei permessi e nel
controllo del rispetto delle regole, gli imprenditori edili (non sempre con perizia, non sempre in buona fede) nella realizzazione, i cittadini nella manutenzione e nelle loro decisioni d'investimento (quando costruiscono su terreni a rischio, quando vogliono risparmiare a tutti i costi, quando violano le regole). E potrebbe esserci un altro modo di fare prevenzione. Le assicurazioni
in Italia non coprono i rischi catastrofali. E' così improbabile pensare a un fondo a copertura di danni da eventi naturali catastrofici costituito su base non volontaria ma obbligatoria? Ogni anno potremmo versare un premio, che sarebbe simbolico: siamo 60 milioni di individui, 20 milioni di famiglie, e il contributo annuo non supererebbe qualche decina di euro. Dal fondo si attingerebbe se e quando dovesse manifestarsi un evento catastrofico come un sisma, un'alluvione, lo straripamento di una diga. Il principio sarebbe quello mutualistico: paghiamo
tutti ora per coprire danni che, forse, colpiranno in futuro solo alcuni membri della collettività. E necessariamente assicurativo - i premi si versano prima della manifestazione dell'evento - perché, lo sappiamo bene, diventa difficile chiedere a chi non ha subito un danno di versare qualcosa per lenire un disagio patito da qualcun altro.

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