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Colpo di scena al processo Eni

Basilicata

Il testimone chiave si ricorda dopo dieci anni di aver portato una tangente al consigliere regionale Restaino. «Era candidato alle elezioni Europee. Abbiamo contato i soldi insieme»

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di LEO AMATO
POTENZA - Cento milioni di lire per farsi trombare alle europee. Brutta storia. Scendono in piazza personaggi come Giorgio Napolitano. E’ il 1999. C'è il rischio serio che Colombo perda la faccia, e occorre un candidato «tappabuchi». Uno che sia disposto a immolarsi per la patria. Il segretario provinciale del Partito popolare è l'uomo giusto. Si chiama Erminio Restaino.
Parola di superteste al processo ai fratelli De Sio. Mocassini neri, jeans, e camicia bianca. Gerardo Gastone è seduto in aula. Sono otto anni che sta aspettando questo momento, e parte molto da lontano. «Facevo lo schiavo per Sanza».
Angelo Sanza. Quello alto coi capelli bianchi. Quello che sorride sui manifesti, che è candidato alle prossime europee. Uno dei politici più longevi della storia italiana. «Quando perdeva il rubinetto di casa... quando servivano voti. gli facevo da autista quando veniva in Basilicata, e lui una tantum mi pagava qualcosa»
Henry John Woodcock fa le domande. Giacca blu sformata, cravatta regimental, e pantaloni verdi. Le accuse che riguardano Angelo Sanza si sono definite in sede di udienza preliminare, ma i fatti di causa servono a sostegno del capo di imputazione principale, che è rimasto in piedi: l'associazione a delinquere.
«Lo so che è brutto, ma allora funzionava così. Sono stato raccomandato, e mi hanno preso i fratelli De Sio». Gerardo Gastone era il “factotum”. Un milione e duecento mila lire al mese dal '94 al 2001. Per fare di tutto, anche il lavoro sporco. «All'inizio ero in nero. Nel '96 mi hanno fatto un contratto part time, e poi alla fine sono stato assunto». Non sono dettagli perché raccontano come si costituiva il fondo nero del gruppo De Sio.
Gastone è pagato due milioni e cento, ma una parte deve tornare in azienda. E così anche altri, e centomila di qui, centomila di lì, si creava una riserva per pagare certi amici.
In gergo le chiamano «toccate di naso». Gastone racconta che una volta mentre guidava ha sentito Antonio De Sio mentre parlava con il fratello Franco.
«Dobbiamo toccarci il naso per il dottor Campana come abbiamo fatto con tutti gli altri». Un cancelliere del tribunale. Uno che per soldi avrebbe truccato la gara d'asta per la vendita fallimentare di un capannone che serviva alla ditta De Sio per un affare con l'Eni Agip. «Da quella volta in poi il cancelliere è stato molto più vicino al gruppo. Veniva spesso. Le chiamava “bollette”, oppure “rate del condominio”. A volte andavo io a portargliele dentro l'ufficio». Si tratta di soldi, ovviamente, ma il pm vuole chiarire meglio il concetto: «Li portava in una scatola, una valigia, un container?».
Gastone sorride: «Erano buste».
Buste bianche. «E a cos'altro serviva quella cassa in nero?». Nei verbali della denuncia ci sono ufficiali della Finanza, funzionari, noti politici. Per Gastone la questione è puramente personale. Non gli davano quanto dovuto. «Si andava a turni a chiedere l'elemosina». Per avere soltanto quello che a tutti spettava di diritto. Aveva chiesto di essere messo a tariffa per pagare un intervento per la sua bimba, ma Michele De Sio si era alzato «con fare strafottente» e gli aveva detto: «Ci hai rotto il cazzo tu con tua figlia. Se ti sta bene è così altrimenti te ne puoi pure andare». Tutta una serie di umiliazioni, culminate a fine aprile del 2001, quando Gastone gli risponde a tono, e li minaccia di esporre denuncia, perché nel sindacato non ci crede, e loro gli stampano le buste paga degli ultimi due anni, quelle che lui non aveva mai voluto firmare, e gli dicono: «Firma o di qui non esci». Certi particolari si dimenticano a distanza di otto anni. Ma l'indignazione per quelle offese resta. «La cassa in nero. le tangenti. non mi interessano. Ho fatto denuncia perché non mi hanno dato i soldi per la bambina. Quelle sono cose vostre». Ma il pm batte proprio lì, e gli avvocati lo rintuzzano. «Lei deve dire tutta la verità, non solo una parte, perché è sotto giuramento. A che serviva quella cassa in nero?». Il factotum fa una smorfia. «Quando c'era bisogno si attivavano tutti i canali. il comandante della guardia di finanza, il cancelliere. Quando in Regione veniva approvata una delibera che interessava al gruppo, appena firmata arrivava sul tavolo, prima ancora che venisse pubblicata. La portava Bochicchio direttamente. Donato Bochicchio». In pochi capiscono a parte il pm. Donato Bochicchio è lo stesso uomo che è finito a dicembre nell'inchiesta sulla Total perché parlava con Francesco Ferrara della cocaina che girava in Regione, e del fatto che De Filippo non volesse aiutare l'imprenditore di Policoro a vincere la gara per la costruzione del centro oli di Corleto. Sembra di sentire il rumore di una testina che scivola su un disco troppo graffiato. Fino a qui è tutto già detto. Tutto negli atti del 2001. Ma Bochicchio che c'entra? Gastone è un fiume in piena, non lo ferma più nessuno. Henry John Woodcock prende la palla al balzo e fa la domanda furbetta. «Ci potrebbe fare qualche altro esempio di questo genere?». «Erano le elezioni europee. C'era candidato Erminio Restaino. E siccome lui era un candidato tappabuchi, perché non si poteva candidare Colombo e quindi hanno candidato lui per le europee. Non solo i De Sio, ma anche altri imprenditori. la campagna elettorale europea costa di più perché . è più ampio il territorio. E quindi io ho portato una tangente di cento milioni a Erminio Restaino, personalmente, li abbiamo contati insieme i soldi.li abbiamo contati dopo insieme». «E li avete presi da questa cassa in nero?».
«No, no, no. Me li ha dati l'ingegnere. Mi ha detto: “Portali a Erminio Restaino e conta bene”». Gli avvocati si alzano. L'udienza è finita. Gastone deve essere risentito, assistito da un difensore di fiducia.

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