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L'addio alla piccola
bara bianca

Basilicata

Messaggi d'addio e lacrime ai funerali del quindicenne suicidatosi due giorni fa a Potenza. Presenti anche le due suore che dall'India avevano adottato la famiglia lucana ad adottarla. Messaggi e rimo

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di ANTONELLA GIACUMMO
DUE BARE bianche, due morti violente e inspiegabili. Neppure un mese fa, a rione Lucania, si dava l’addio a Grazia Gioviale, di soli 18 anni. Ieri, nella chiesa del Principe di Piemonte, è entrata un’altra bara bianca, quella di Prasanth Folliero.
Prasanth di anni ne aveva solo 15. Mercoledì scorso si è dato fuoco e poi si è lanciato dalla scalinata Mameli. Per una delusione d’amore, dicono. Ma la ragione di quel tragico gesto quel ragazzino di 15 anni - che su Faceboook si faceva chiamare Johnny Alce Manzarano -se l’è portata dentro. Nessuno saprà mai cosa lo ha spinto a dire addio a tutto il suo mondo.
La chiesa, ieri pomeriggio, era piena di gente. Giovanissimi e adulti. Dalla Calabria, per dare l’ultimo saluto al quindicenne, anche due figlie della Carità, le suore di Madre Teresa di Calcutta che lo avevano accompagnato a Potenza nel 1996 per donarlo alla sua nuova famiglia. E poi c’era il gruppo della parrocchia potentina che Prasanth frequentava e dove aveva fatto anche il chierichetto, il coro della chiesa di Gesù Maestro in cui cantava, e i compagni di classe della I H del liceo scientifico “Galilei” di Potenza, che hanno appoggiato sulla bara la felpa dell’istituto. Tanti giovani increduli davanti a quella bara, davanti a quel gesto che - ha detto nella sua omelia don Michele Ciliberti - «da cristiani non possiamo condividere, ma ora non siamo qui per giudicare».
Ed è quello che chiede anche un amico di Prasanth, in un ultimo disperato saluto. Non giudicate, anzi «scusaci per non aver capito, per non aver compreso che c’era qualcosa che ti stava facendo del male».
Una piccola vittima della solitudine, perché - dice Fabio, che con il giovane ha cantato nel coro - era un’anima sensibile e proprio per questo non è riuscito a sopravvivere in questo mondo. Le persone sensibili vengono emarginate da questo mondo».
Ma don Michele, in quella chiesa piena di giovani, prova a lanciare un messaggio diverso, affinché quel gesto non resti senza senso, «perché ogni vita un senso ce l’ha». Si chiama “speranza” il messaggio: «Ragazzi sappiatelo che la vita è una battaglia, è un continuo combattimento. E ci si deve preparare, come i soldati che si esercitano per la guerra. L’adolescenza è difficile, non si è ancora nè carne nè pesce, nè adulti nè bambini. E può succedere di non trovarsi preparati. Ma nella vita non ci sono solo tunnel bui. Ci sono periodi in cui può succedere di vedere tutto nero. Ma poi arriva la luce». Prasanth quella luce non è riuscita a vederla e ha deciso di chiudere gli occhi per sempre, lasciando a tutti coloro che gli stavano attorno il rimorso per non aver trovato il modo di aiutarlo. Così, in un piccola bara bianca, ha celebrato il suo disprezzo per questa vita.

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