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Usura, rinviati a giudizio tre fratelli Pessolano

Basilicata

Gli imputati del processo sono in tutto diciotto

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di LEO AMATO
Due vigili urbani, una vecchietta, e una casa a Bucaletto. Questa storia è cominciata così, nel gennaio del 2003.
La signora aveva occupato un alloggio popolare, e i due vigili erano andati a trovarla per un controllo. «Ho già pagato», aveva detto la signora. E i due vigili erano andati dritti in procura.
In casa le avevano trovato degli assegni. Uno era intestato a Nicola Pessolano. Henry John Woodcock (in foto) aveva aperto un'indagine mettendo i telefoni sotto controllo, e il 17 luglio del 2005 era scattato il blitz. Sei le persone arrestate: Nicola Pessolano, Antonio Lopiano, Luigi Atena, Orazio Colangelo, Vito Romaniello, e Adriana Maglia.
Nicola Pessolano è ancora il titolare di una nota concessionaria. Vende auto dall'utilitaria all'automezzo per l'industria. Deve dei soldi a un rivenditore, ma non lo ha mai pagato. Quando ha saputo che attraversava un brutto periodo, avrebbe deciso ad approfittarne. C'era stato il furto di un paio di autocarri di proprietà di Pessolano nei suoi locali, e Pessolano non gli avrebbe scontato il valore degli autocarri da quel debito che non aveva ancora estinto, ma sarebbe riuscito a imporgli un piano di rimborso a interessi del diciotto, e del trentadue per cento.
Per il giudice dell'udienza preliminare, Luigi Barrella, deve trattarsi di una specie d'usura.
Ieri mattina ha depositato un decreto che dispone il giudizio quindi a distanza di quattro anni si terrà un regolare processo. Gli imputati sono in tutto diciotto: Nicola, Valentino e Carmine Pessolano, Giuseppe Di Taranto, Mario ed Eduardo Cardone, Emanuele Tricarico, Antonio e Giuseppe Lopiano, Luigi Atena, Vito Romaniello, Vittorio Coviello, Orazio Colangelo, Adriana Maglia, Nicola Improta, Rocco e Vincenzo Sanza, e il colonnello Pietro Polignano. In pratica la richiesta del pm Henry John Woodcock è stata accolta per la gran parte, anche se crolla il cappello con l'accusa di associazione a delinquere, e per due persone, Prospero Di Sanza e Vincenzo Pecchinenda, c'è archiviazione «perché il fatto non sussiste».
Quella di Nicola Pessolano più che una storia sembra un romanzo. Inizia come un meccanico, e diventa collaudatore. A metà degli anni Sessanta apre la prima officina a Villa D'Agri. Nel '90 apre una sede nel capoluogo; nel 2001 arriva a Matera; l'anno dopo apre uno showroom a Foggia, e la settimana scorsa un'altro. Oggi ha sessanta dipendenti e un fatturato di decine di milioni di euro. È uno sponsor molto conosciuto per eventi e manifestazioni di ogni tipo.
Gli episodi di strozzo che gli vengono contestati sono in tutti trentaquattro. Poi c'è una truffa sui pezzi di ricambio della Iveco, e un'altra truffa da un milione sui contributi dell'Unione Europea.
Ma l'inchiesta mette assieme tante cose molto diverse.
Per altri fatti di usura Antonio Lopiano, Luigi Atena, Vito Romaniello, e Vittorio Coviello sono accusati di associazione a delinquere. «Applicavano tassi usurai tra il 215% e il 91.354%». È scritto proprio così, “91.354%”, e la vittima è la stessa che ha subito quel furto di automezzi, che avrebbe acceso già una volta gli appetiti usurai di Pessolano. Antonio Lopiano in un'occasione l'avrebbe presa a schiaffi e pugni per farsi dare i soldi, minacciandola con un coltello puntato alla gola.
Col fratello Giuseppe, avrebbe fatto usura a un interesse del “3.211%”: tremila euro, che un mese dopo sono diventati quattromila.
Vito Romaniello si sarebbe accontentato di un più modesto 218%.
Poi c'è una serie di truffe spassose, come quella della vecchietta di Bucaletto, che per entrare in casa a Bucaletto avrebbe pagato venti milioni di lire a Orazio Colangelo, che era un dipendente del Comune. Colangelo è accusato di aver preso tutti quei soldi millantando amicizie tra funzionari, e in particolare con l'assessore ai servizi sociali di allora.
Ma la “mossa” che gli veniva meglio era un'altra. Con una complice, Adriana Maglia, avrebbe messo in piedi una specie di ufficio di collocamento. I due si fingevano ammanicati con alcuni primari dell'ospedale San Carlo, e addirittura con sua eminenza il vescovo, promettendo un posticino in banca. Si facevano portare i documenti dal Tribunale, organizzavano una finta visita medica nel reparto di cardiologia riabilitativa dell'ospedale, e simulavano una chiamata con sua eminenza. Alla fine si facevano consegnare i soldi. Quattro gli episodi accertati durante le indagini.
Per finire c'è una vicenda che riguarda l'ex comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Pietro Polignano. Per l'accusa nel 2004 avrebbe simulato il passaggio di proprietà di una Lancia Thema per non pagare l'imposta di trascrizione alla Provincia. Il pm Henry John Woodcock l'aveva accusato anche di molestie per certe cose dette al telefono verso gli agenti che effettuavano le intercettazioni. Polignano sospettava che lo stessero ascoltando e si sfogava contro di loro. Per il gup se c'è reato non può essere più di un'ingiuria, quindi occorre una querela delle persone offese, che non è mai arrivata. In gergo tecnico “manca una condizione di procedibilità”. Quindi dispone l'archiviazione.

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