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Ecco la camorra d’importazione

Basilicata

Gli interessi dei clan salernitani in Basilicata descritti dal Ros dei carabinieri in oltre due mila pagine

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di FABIO AMENDOLARA
Gennaro Celotto ha 49 anni ed è di Nocera Inferiore. Ha sposato la sorella di un imprenditore che fino a qualche anno fa contava molto in certi ambienti. Quando parla non riesce a nascondere la sua cadenza. E per gli atteggiamenti e i modi di fare in paese si dice che sia un latitante. Così non è. Ma la sua presenza a Vaglio, comune con due mila anime alle porte di Potenza, preoccupa i carabinieri. Dalla piccola stazione di via Paschiera il maresciallo manda due militari a prendere informazioni. E scopre che c’è un imprenditore del posto che ha intenzione di assumerlo. La breve nota dei carabinieri di Vaglio arriva in procura e apre un nuovo scenario. Nel fascicolo sulla “Gomorra lucana”, affidato al sostituto procuratore Henry John Woodcock, c’è la camorra, ci sono gli appalti - anche quelli dell’autostrada A3 - e c’è la politica.
A Salerno dicono che quelle famiglie «appartengono alla preistoria» della camorra, che a Nocera «ormai non contano più nulla», che «quelli sono boss caduti in disgrazia».
E forse è per questo che hanno deciso di spostarsi verso un nuovo territorio: Potenza. Il momento è propizio. Il boss Renato Martorano, indicato dalla procura antimafia come il massimo esponente della ’ndrangheta in Basilicata, è in carcere.
E loro, grazie agli aiuti di un imprenditore, hanno cercato di mettere le mani sugli appalti.
Antonio Iovino, 46 anni di San Gennaro Vesuviano, era l’imprenditore che per conto degli esponenti dell’ex clan di Carmine Alfieri ricostruiva Sarno dopo la valanga di fango del 1998.
Giovanni Citarella, 41 anni, finanzia la Nocerina, ha una lunga carriera criminale ed è figlio d’arte. Suo padre Gino era un uomo del clan Alfieri.
Gli investigatori del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri di Potenza sospettano che grazie a Vito Gargiulo, imprenditore sessantenne nato a Pignola e residente a Vaglio, quelle imprese siano riuscite a entrare in Basilicata.
Il maresciallo Michele Ciriello (in foto) guida il Ros da anni. La famosa operazione “Iena due”, la maxinchiesta sugli intrecci tra mafia e politica, è sua.
Ora ha raccolto le migliaia di intercettazioni telefoniche che gli hanno trasmesso i suoi uomini in un’informativa di due mila pagine, che il Quotidiano ha potuto vedere in esclusiva, e l’ha trasmessa alla procura antimafia.
Scrive: «Gli esiti dell’attività investigativa svolta hanno permesso di evidenziare che per consapevole e meditata scelta l’impresa collusa di Vito Gargiulo scende a patti con le organizzazioni delinquenziali attraverso i suoi referenti, avvalendosi di mezzi fraudolenti e sfruttando l’accordo collusivo per conseguire indiscutibili vantaggi economici».
Il comandante del Ros ritiene che ci sia «un sistema».
Fatto di «omissioni, falsificazioni, compiacenti superficialità». Che arrivano fino alla politica. Al sostegno elettorale di politici del centrodestra.
Ecco l’analisi dell’investigatore: «Se è il territorio controllato dalla criminalità a determinare la originaria convergenza di interessi mafiosi e imprenditoriali, questi raggiungono il loro punto di saldatura più alto nella gestione assolutamente illegale dei lavori, ambito nel quale è l’impresa concessionaria o appaltatrice a condurre il gioco, in forza del rapporto collusivo fondato sul tacito accordo stretto a monte con gli imprenditori mafiosi e collusi».
Il maresciallo ritiene che ci sia una «oscura camera di compensazione» all’interno della quale «si materializza quel coacervo di interessi criminali e affaristici che ne escono soddisfatti a spese dello Stato».
In quella camera di compensazione i carabinieri del Ros inseriscono anche i «sistematici accordi illeciti tra il responsabile di un’impresa e alcuni esponenti del Comune di Lagonegro».
C’è di mezzo una gara d’appalto da 280 mila euro. E «l’amico», che è un assessore.
IL CONTESTO
L’atteggiamento dell’impresa «è tale - si legge nell’informativa - da determinare mirate distorsioni del corretto e legale svolgimento dell’azione amministrativa, fino a incidere sui meccanismi di erogazione della spesa pubblica».
E così le società di Citarella, che per il Ros è il vero «dominus», tutte risultate formalmente amministrate da persone a lui vicine, si sono appropriate «di consistenti appalti e subappalti di lavori pubblici su tutto il territorio nazionale».
L'USURA
Le indagini descrivono «una fitta rete di rapporti» tra imprenditori «nel cui svolgimento si è evidenziata una sistematica attività usuraia ed estorsiva finalizzata, oltre che all’illecito arricchimento mediante interessi a tassi elevatissimi, anche all’acquisizione, al fine di estinguere i debiti contratti dagli imprenditori vessati, di impianti e mezzi nelle loro disponibilità, con l’obiettivo di annientare le capacità finanziarie delle vittime e conseguire il controllo delle loro attività imprenditoriali». E’ il caso di Carmine Guarino, 56 anni, imprenditore. Conduceva una vita da vip. Poi, prima di finire in carcere per la seconda volta, è rimasto senza auto e per telefonare doveva chiedere a qualche amico in prestito il telefonino.
LA RICETTAZIONE
Il maresciallo Ciriello descrive «un documentato traffico di mezzi da cantiere, anche di provenienza illecita, rimessi in circolazione tramite soggetti disposti ad acquisirli, allettati dal prezzo conveniente. C’erano anche due «intermediari»: Giovanni Battista e Pietro Telesca. Padre e figlio.
Loro, secondo i carabinieri del Ros, si occupavano del mercato estero: Marocco e Albania.
Gli amici in carcere
C’è chi era detenuto con Francesco Pontiero, condannato all’ergastolo per l’omicidio del poliziotto Francesco Tammone, e in territorio lucano, quindi, si sente «ben protetto».
E chi doveva «mandare i saluti a qualche amico di Potenza».
Ma c’è anche chi si lascia andare a strane interpretazioni degli omicidi di mafia nel Vulture.
I grandi affari
I soldi, però, arrivavano con gli appalti pubblici. Il comandante del Ros di Potenza ne è convinto.
E introduce un altro capitolo. Il protagonista è un siciliano e, pare, sia legato a una strana famiglia di Termini Imerese.

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