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Il COMMENTO
Unità d'Italia, 150 anni: riflettiamo

Basilicata

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di ULDERICO NISTICÒ
Da più parti si protesta per la scarsa attenzione che, a metà del 2009, si riserva al 150 anni dell'unificazione, che arriveranno tra un anno e mezzo, e pare che ancora non sia pronto nulla. Quasi quasi mi ricorda i Normanni, san Nilo, l'insurrezione del 1806 e san Francesco di Paola. Una volta tanto inefficienti non siamo solo in Calabria. Io francamente mi preoccupo poco che non si facciano “celebrazioni” dell'evento. Mi piacerebbe piuttosto che diventasse l'occasione perché degli storici seri, non politicamente corretti e non tediosamente accademici, aprissero una discussione sulla storia nazionale. La nostra storia, con buona pace di Benedetto Croce, non è iniziata affatto nel 1861, ma qualche millennio prima. E anche in secoli più recenti c'erano realtà politiche meritevoli di ricordo, e che proprio l'occasione risorgimentale dovrebbe aiutarci a studiare e, per quanto è giusto, recuperare: il Regno di Sicilia; il Regno di Sardegna; il Reame per antonomasia, quello di Napoli; gli Stati della Chiesa, ma anche le realtà comunali dell'Umbria e della Romagna; la Toscana comunale e granducale; i Ducati emiliani di Ferrara, poi Modena; di Parma; le Repubbliche di Venezia, Genova, Lucca; gli Stati sabaudi; la sorte complessa di Milano; e quelle Italie perdute che furono Corsica, Savoia, Nizza, Canton Ticino, Istria, Dalmazia, Malta. Una congiura intellettuale ha steso un velo di ignoranza sul passato; e una congiura politica ha fatto sì che non fossero ritenuti degni di ricordo i territori italiani perduti o venduti dal 1768 al 1859. Già, alcuni patrioti furono pronti a morire (alcuni, a dire il vero, a far morire gli altri!) per togliere all'Austria qualche metro di territorio, ma per Malta, Corsica, Nizza e Canton Ticino nessuno si fece mai venire anche il più live mal di testa, magari per non disturbare Svizzera, Francia e Gran Bretagna. Eh, non è tutto oro quello che luccica nel Risorgimento. Ecco, sarebbe ora di gettare la maschera della retorica, e raccontare, per i 150 anni, come veramente andarono le cose. Quanta parte dell'impresa si deve a sinceri amanti della patria, e quanta invece a interessi convergenti e divergenti di Parigi e Londra. E quante gesta furono davvero eroiche e quante inventate come la battaglia di Soveria Mannelli che non ci fu, e come mai, per esempio, lo stesso identico Garibaldi stravinse Landi a Calatafimi nel 1860, e venne invece arrestato come un ladro di polli nel 1862 sull'Aspromonte. E il Meridione ha voluto o subito l'unificazione? E questa fu davvero inevitabile di modello giacobino e napoleonico; o non bastava, com'era più ovvio, una confederazione, o, al massimo, una federazione. Che sarebbe successo, se al Garigliano e al Volturno l'esercito napoletano ce l'avesse fatta, cosa che poco mancò e solo per colpa di generali vecchi e brave persone contro sanguinari come Cialdini? E se parliamo di economia, il liberismo Piemontese, così di moda nel 1860, sarebbe stato considerato acqua passata già verso il 1870, e tutti avrebbero lodato il protezionismo di Ferdinando II. Sono solo alcune delle molte provocazioni che l'anniversario suggerisce. Come mi piacerebbe che qualche dotto, o qualche lettore, si degnasse di rispondermi, e aprissimo qui in Calabria quel dibattito che il resto d'Italia palesemente non vuole fare!

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