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Il ponte con la mafia

Basilicata

I rapporti dell'imprenditore potentino Gargiulo con i vertici di Cosa nostra

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di LEO AMATO
POTENZA - «Ho parlato con la famiglia là. Mo’ vediamo cosa ne viene fuori». E’ il 25 maggio del 2005. Vito Gargiulo è tornato dalla Sicilia e conversa al telefono con Giovanni Citarella. Per il Ros è una conferma: anche il patron della Nocerina calcio, l’imprenditore orfano della camorra, uscito illeso da un numero di inchieste per i suoi rapporti con il boss Carmine Alfieri, e condannato con sentenza definitiva per il tentato omicidio di un personaggio importante dei cutoliani, ha interesse nei rapporti del responsabile della Lucana tractors con gli “uomini d’onore” della “famiglia di Termini Imerese”.
Sono personaggi all’apparenza insospettabili, rivestiti di cariche sociali, che si incontrano in un’anonima fiera del Nord, e fanno appalti in tutta Italia. La magistratura li insegue; loro si nascondono, e rispuntano alla prima occasione. Non è più una questione di fatture false. Non si tratta di un amico che è finito in carcere, e va in cerca della seconda occasione. Qui si arriva ai vertici dell’antistato. «Là c’è il 416 bis». Vito Gargiulo lo sa. «Quello è il cugino di Bernardo Provenzano».
Angelo Siino era il ministro dei lavori pubblici di cosa nostra, e nel 2000 si è menato pentito. Lui gli affari dei prestanome dei boss li conosce bene, e a Palermo ha spiegato ai magistrati come venivano gestiti gli appalti: quali erano le percentuali che finivano agli uomini d’onore, quali ai politici, quali agli organismi di controllo. Ha fatto il nome anche dei fratelli Baratta, Antonino in particolare: «Un personaggio di rilievo della zona di Termini Imerese. ma vicino anche ai mafiosi di Palermo».
Ha raccontato che «nella costruzione della San Mauro-Gangi (un strada provinciale siciliana) Nino Baratta venne imposto anche a personaggi di grosso rilievo mafioso, come i Farinella, che erano i tout court di San Mauro. L’hanno dovuto subire» perché «il suo peso» si concretizzava nell’interesse dei suoi mandanti sulla gestione dei lavori. E quanto a lui fu il manuzza in persona a raccomandarglielo. Pressappoco disse così: «Anceluzzo, vedi che mi devi fare questa cortesia». E il manuzza è Antonino Giuffrè, il cassiere di cosa nostra, il secondo dopo zu’ binnu u tratturi, l’ultimo dei corleonesi, semplicemente Bernardo Provenzano.
Il 23 Ottobre del 2005 i carabinieri del Ros di Potenza hanno intercettato una telefonata sul cellulare di Gargiulo. «Oh Vitu’, Nino Baratta sono. Aspettavo la tua chiamata». Gargiulo l’aveva conosciuto poco tempo prima alla fiera di Bologna tramite un suo «amico palermitano». «Sono in cantiere - dice Baratta -, e dovevo prendere qualche decisione per quel lavoretto che devo fare. Avevo pure parlato con il consorzio, qui a Milano, che ha delle macchine, ma mi sono detto: “Prima voglio sentire a Vito”». Gargiulo gli farà avere un escavatore dei suoi, e Baratta ventimila euro «in nero» più una decina di «assegni postdatati». Questo è l’accordo tra i due ricostruito dai carabinieri del Ros. A dicembre del 2005 si sarebbero incontrati anche a Potenza, e Gargiulo qualche giorno dopo non avrebbe perso l’occasione per cercare di spendere il «buon nome» del suo padrino per impressionare due rappresentanti di una ditta di macchinari per il calcestruzzo. «Sai chi era al telefono?». Le microspie dentro l’auto hanno registrato tutto. «Ma è possibile che non lo conosci?... Lui sarebbe un braccio destro di Provenzano».
In seguito le cose si sarebbero fatte mano a mano più complicate. Nino Baratta avrebbe avuto qualche problema di liquidità, e gli avrebbe chiesto più e più volte di ritardare l'incasso degli assegni. Verso Marzo poi avrebbe perso il lavoro su a Milano perché il Tribunale di Palermo gli aveva inflitto l'obbligo di dimora e doveva tornare subito in Sicilia. Gargiulo non avrebbe mai esitato un istante a riprendersi il mezzo già venduto, e sarebbe andato fino Binasco, in provincia di Milano, per riportarselo a Vaglio. Avrebbe alzato leggermente la voce solo dopo aver scoperto che era scomparsa la targhetta con la matricola del mezzo, una lamina di ferro punzonata alla cabina: «Qualcuno l’ha fatta zompare. Voglio sapere perché. Mannaggia la testa vostra. Cose da pazzi. Mò devo farla stampare da capo. Questa targhetta io non ho capito a chi serviva.».
E a questo punto per calmarlo Nino Baratta gli avrebbe fatto l’invito in Sicilia: «Ti aspetto.Ho preparato qualcosa che ti devo dare». E Gargiulo avrebbe avvisato Giovanni Citarella.
«Ho parlato con la famiglia là. Mo’ vediamo cosa ne viene fuori».
(11. fine)

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