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Unforgettable Scirea

Basilicata

Tutti i segreti della sceneggiatura di una storia che appassionerà il pubblico per i valori umani e sportivio dell'indimenticato campione

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Nel paesino di Morsasco, e poi a Torino, Cinisello Balsamo, e in mille altre città, oggi sarà il giorno del Ricordo. Gaetano Scirea è una memoria impastata di fiele e zucchero, da difendere anche contro noi stessi, ascoltando nella voce di Nathalie Cole rivolte al padre, la stessa melodia che rende ancora i tifosi di tante squadre uniti nel segno di un calciatore che volava alto. Un ragazzo rimasto lo stesso di sempre, nella Juventus dei Campioni, e in Nazionale, da Campione del Mondo. Un tipo sorridente, timido, lieve, scherzoso e riservato, anche nel modo scelto per andare via, nella Polonia di Solidarnosc, dove era andato come osservatore per riferire all’amico allenatore Zoff, come giocasse il prossimo avversario, il Gornik Zabrze. Quando quella maledetta domenica del 1989, la notizia giunse, violenta come un sasso, in diretta tv, alla “Domenica Sportiva”, nella voce roca e commossa di Sandro Ciotti, fu l’urlo sinistro di Tardelli, opinionista in studio, a dare il senso del lutto, mentre in molte case si stentò a credere che uno dei più grandi atleti di ogni tempo, “il Libero” per eccellenza, non ci fosse più. Era stato. Proprio Scirea a far urlare, sette anni prima, di una gioia inarrestabile, il suo amico Marco, passandogli il difficile pallone del temporaneo 2-0 ai tedeschi, al Mundial. Quando morì stava studiando da allenatore, Scirea. Siamo certi che avrebbe aiutato tanti giovani a resistere alla società di plastica, che mentre andava via, già si profilava all’orizzonte. A vent’anni di distanza, ricordare Scirea in certe redazioni dà quasi fastidio, e porta scandalo, per i valori antichi che comunica: correttezza in campo, discrezione, rispetto per gli altri, onestà. Cose sempre più rare, che però resistono al “Memorial Scirea”, torneo di Cinisello giunto alla XX edizione, dove si premiano i giocatori che hanno avuto, come Gae, una carriera esemplare. Presto però sarà la magia delle immagini a restituirci la grande umanità di Gae e delle sue parole, che mantengono il sapore delle cose perse, ma oggi il rimpianto per la persona e il campione, è giusto che sfumi nei ricordi dolci di chi l’ha conosciuto. Parole semplici, per spiegare a chi non sa, chi fosse quel ragazzo timido con il numero 6 sulle spalle. Poi una sera attraverseremo tutti insieme, davanti a uno schermo, la favola triste di Gaetano Scirea. Riccardo Scirea ricorda al telefono la quotidianità della vita con suo padre Gaetano: «I ricordi più dolci riguardano i momenti trascorsi in casa, a giocare e scherzare come tante famiglie normali. Prima dei compiti, verso le quattro, quando lui ancora riposava, guardavamo insieme il tennis. Lui poteva giocarlo solo d’estate, ma gli piaceva molto. Poi ricordo quando mi portava agli allenamenti, e mi faceva stare in mezzo ai suoi compagni di squadra. Finito l’allenamento facevamo due scambi, nell’erba» Per la prima volta Riccardo sceglie di parlare della fiction “Scirea”: «Ho letto il soggetto, ed è bellissimo. Ho provato un gran senso di leggerezza, leggendolo. Certo, in una fiction qualcosa bisogna inventare, per dare un senso alla storia, ma per me la cosa più bella è stata ritrovare nell’ossatura della storia cose totalmente vere. Ci sono tutte le sfaccettature della sua vita, da quando il mio papà è in famiglia, poi lo vedi quando scappa di casa, per la voglia matta di giocare, a quando cresce nel mondo del calcio, e per lui è tutto solo uno sport, un divertimento, fino a quando lotta con Stefano, mio nonno, che non voleva scegliesse il mestiere del calcio. Eppure poi lo perdona, dopo aver capito che mio papà era riuscito a fare quello che aveva sempre sognato. E da quel momento in poi Stefano lo capisce e diventa orgogliosissimo di lui. Tutto il film, per come l’ho immaginato, è bello, leggendolo è stato emozionante rivivere la storia di mio padre in un istante Credo ci siano almeno cinque milioni di juventini che non aspettano altro che di vederlo». Riccardo spera sullo schermo di rivedere suo padre «nelle sue paure, nei limiti, nell’umanità che aveva, e nella normalità che continuava ad avere, vivendo una vita così speciale.»

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