Salta al contenuto principale

Un "Fatto" subito smentito

Basilicata

Il giornale di Padellaro e Travaglio ritiene di aver pubblicato la notizia esclusiva dell'iscrizione nel regiostro degli indagati di Letta. Il Quotidiano se ne era occupato a dicembre dell'anno scorso

Tempo di lettura: 
3 minuti 40 secondi

di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - La “Voce della Campania”, qualche tempo fa, la stava rilanciando. E ieri il “Fatto quotidiano”, nuovo giornale di Antonio Padellaro, l’ha ripubblicata a firma di Marco Lillo e Peter Gomez, due ex cronisti dell’Espresso.
L’inchiesta, secondo la ricostruzione del Fatto, torna per competenza territoriale a Lagonegro. Palazzo Chigi, però smentisce. E’ una notizia che il “Quotidiano” ha pubblicato a dicembre dello scorso anno. Gianni Letta indagato.
Era vero, ma gli atti sono stati trasferiti subito dopo la sua iscrizione nel registro degli indagati.
I fascicoli dell’inchiesta sono passati alla procura di Roma, che ha già chiesto l’archiviazione per i reati di associazione a delinquere.
E sempre nella richiesta di archiviazione il pm di Roma lasciava intendere che anche per i reati fine della presunta associazione a delinquere non c’erano gli elementi per portare a giudizio gli indagati.
Ma non era competente territorialmente e allora si è spogliato del fascicolo.
A Lagonegro, secondo il “Fatto”, arriverà l’unica parte che ancora regge, quella che riguarda i reati di abuso d’ufficio e turbativa d’asta.
Perché con la «trattativa privata» sarebbero stati aggirati i controlli sui requisiti per la gestione del centro che accoglie i rifugiati politici eritrei e somali a Policoro. Ma anche a Bari.
E’ quello che sospettano i carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Roma.
Hanno cominciato a indagare con una delega del sostituto procuratore Henry John Woodcock.
Poi, però, sono emersi i nomi di personaggi di primo piano della politica nazionale. E per questo, il pm anglonapoletano all’epoca pronto a lasciare la procura di Potenza per quella di Napoli, ha mandato, su suggerimento del suo capo, il procuratore Giovanni Colangelo, un troncone dell’inchiesta a Roma. «Competenza territoriale», dicono.
Perché, oltre ai politici, ci sono i funzionari. Prefetti e responsabili del Viminale. Nel «decreto di esibizione di atti» con cui i carabinieri si sono presentati negli uffici del ministero dell’Interno compaiono i nomi della cooperativa “La Cascina” e di una società controllata che ha la sede principale a Senise: “Auxilium”.
Il presidente è Pietro Chiorazzo, quarantenne single che viaggia in Audi e ha amici nel centrosinistra lucano. Suo fratello Angelo, 35 anni, invece, è il vicepresidente della cooperativa “La Cascina”. A Senise ricordano «che qualche anno fa organizzò un grande convegno con Andreotti». E si vocifera che il divo Giulio sia proprio il suo testimone di nozze.
Da sempre sulle posizioni di Comunione e liberazione, è da poco transitato nel Pdl. «Da quando ha lasciato Clemente Mastella», dicono. «Di Clemente era così intimo da aver organizzato più di un incontro con il cardinale Tarcisio Bertone». Un’attività che nel vecchio Udeur gli era costata il soprannome di «vaticanista». Ma è anche uno che da del tu a Gianni Letta.
L’inchiesta sulle cooperative è partita con un esposto sulla gestione della mensa all’Ospedale San Carlo di Potenza. Da lì la squadra investigativa del pm Woodcock, guidata dall’ispettore della polizia di Stato Pasquale Di Tolla, ha spostato la sua attenzione sugli appalti ottenuti dalla cooperativa “La Cascina” e scoperto che “Auxilium” ha ottenuto la gestione del centro di Policoro «prima di aver presentato la certificazione necessaria a dimostrare di avere i titoli richiesti».
Nelle due cooperative c’è silenzio. Il lavoro continua. Per loro «i documenti sono in regola». E’ una questione tecnica. C’è un’ordinanza del governo che dà ai funzionari del Viminale il potere di affidare con una trattativa privata la gestione dei centri di accoglienza. «E’ una questione di tempi», spiegano. Niente aste o gare pubbliche. Ci sono però delle regole per accertare i requisiti. «E’ questo iter che - secondo l’ipotesi di Woodcock - non sarebbe stato rispettato». Un faldone raccoglie migliaia di trascrizioni di intercettazioni telefoniche e ambientali, in pieno stile Woodcock. Le intercettazioni - sostiene chi ha potuto leggerle - lascerebbero pensare che “La Cascina” ha avviato alcune attività senza depositare alla prefettura gli atti richiesti. C’è inoltre chi sostiene che sarebbero stati aggirati una serie di controlli anche sull’idoneità dell’edificio messo a disposizione per il centro. Il sospetto è che qualcuno avrebbe chiuso un occhio per favorire la cooperativa e far sì che ottenesse l’appalto in tempi rapidi. E c’è chi sostiene che «i responsabili della cooperativa avrebbero fatto pesare i propri rapporti con funzionari ministeriali e politici». La prova di quei rapporti la cercheranno in procura a Lagonegro. Per ora è ancora tutto da dimostrare.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?