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Termodistruttore, chiesto il sequestro del forno rotante

Basilicata

La Fenice Spa di Melfi multata di 34.000 euro per non aver avvisato l'Arpab dell'incidente

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di FABIO AMENDOLARA «Da anni i dati vengono trasmessi in tempo reale all’osservatorio ambientale delle regione Basilicata e all’Arpab». E’ quasi uno slogan. «Ed è la prima cosa che dicono a chiunque abbia deciso di occuparsi dell’incidente ambientale al termovalorizzatore di Melfi», sostiene un gruppo di ambientalisti.
Questa volta, invece, la società per azioni filiale del gruppo Eds, che letteralmente è «Electricité de France», e che gestisce il termovalorizzatore Fenice preferisce restare in silenzio. «C’è un procedimento penale in corso - dice Luca Camuncoli, responsabile del settore comunicazione e stampa di Fenice Spa - e per questo l’azienda ha deciso di non rilasciare alcuna dichiarazione». Niente slogan. Il procedimento penale a cui fa riferimento l’addetto stampa di Fenice Spa è iscritto «al numero 527/2009» del registro generale delle notizie di reato della procura della Repubblica di Melfi.
L’inchiesta è stata affidata al sostituto procuratore Renato Arminio e delegata alla polizia provinciale del distretto di Rionero in Vulture.
La Fenice Spa, secondo gli investigatori della polizia provinciale, avrebbe dovuto autodenunciarsi, così come previsto da una legge del 2006. «Monitoraggio in autocontrollo», lo chiamano i tecnici. I dati dell’incidente, però, Fenice Spa li trasmette all’Arpab, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, con 34 giorni di ritardo. «La sanzione prevista è di mille euro per ogni giorno di ritardo», sostengono gli investigatori. Risultato: Fenice Spa dovrà pagare 34 mila euro di multa. Il protocollo da seguire è questo: bisogna comunicare «l’avvenuto inquinamento entro 24 ore» all’Arpab, alla Regione e al prefetto. «Il prefetto, a sua volta, entro 24 ore, deve informare il ministro dell’Ambiente», spiega in un’informativa il tenente Pasquale Ricciardella, che comanda il distretto di Rionero della polizia provinciale.
Il procedimento penale, invece, segue un altro corso. Il primo sopralluogo è dell’8 aprile. Il fuoristrada della polizia provinciale entra nell’area del termovalorizzatore la Fenice per «effettuare - si legge negli atti della procura che il Quotidiano ha potuto consultare - gli accertamenti relativi alle operazioni d’emergenza di messa in sicurezza poste in essere dalla ditta». Gli investigatori vengono accolti da Vincenzo Grassia, un ingegnere cinquantenne che si presenta come il responsabile dell’impianto. Riferisce che dopo la comunicazione dell’Arpab sulla contaminazione delle acque sotterranee all’impianto «si era prontamente attivato per la messa in sicurezza del sito inquinato». L’ingegnere consegna alla polizia provinciale «copia dei documenti di trasporto del materiale acquistato per la realizzazione dell’impianto di trasferimento dell’acqua di falda captata dai piezometri presenti nell’area del termodistruttore». Perché nell’area della Fenice, lungo il perimetro nord, ci sono nove pozzi. Ogni pozzo è dotato di una pompa che preleva l’acqua dalla falda sottostante. Un grosso tubo porta l’acqua nella condotta dell’impianto di depurazione della zona industriale di Melfi. E’ lì che qualcosa è andato storto. In quel punto. Scrive il tenente Ricciardella: «L’impianto è strutturato in modo tale che al riempimento del “pozzo spia” la pompa parte in automatico e scarica l’acqua prelevata nella condotta». Il tenente accerta che «al momento dell’ispezione soltanto due pozzi prelevano acqua». Cosa sia finito però il quel pozzo o in quel tubo e, quindi, nel depuratore nessuno è riuscito ad accertarlo.
Poi sono scattati i «piani» di messa in sicurezza e le «operazioni di bonifica». Ma sono attività che richiedono molto tempo. «Alcuni mesi», secondo gli investigatori. «Questa polizia giudiziaria - è scritto in un’informativa - ritiene che nelle more della realizzazione degli interventi si renda opportuna l’adozione di un provvedimento cautelare a carico dell’impianto».
E’ una richiesta di sequestro. «Almeno - si legge nella nota firmata dal tenente - relativamente al forno rotante». Perché, secondo gli investigatori, dalle indagini «emerge che l’inquinamento delle acque di falda sotterranee al termovalorizzatore Fenice probabilmente è generato dal ciclo produttivo dell’impianto».

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