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Nave dei veleni, Legambiente: «Verità lontana»
La Dda: «Nessuna presenza radioattiva»

Basilicata

Gli ambientalisti chiedono l'accertamento della verità anche sull'inquinamento della zona dell'Oliva. Ma la Dda insiste: «Non esistono fusti e non sono state rilevate radiazioni pericolose»

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Dalle sponde del torrente Oliva, sul Tirreno cosentino, Legambiente ribadisce «solidarietà e pieno sostegno» al lavoro del procuratore di Paola, Bruno Giordano, che aveva avviato una nuova indagine, poi passata alla Dda di Catanzaro, sulla presenza di una presunta «nave dei veleni» nelle acque del mare Tirreno, ed all’assessore all’Ambiente della Regione Calabria, Silvio Greco. «Nonostante il governo, – scrive Legambiente in un comunicato – nella persona del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, sembra aver messo un punto alle indagini sulle navi dei veleni e sugli interramenti di rifiuti radioattivi in Calabria, infatti, riteniamo che su questa vicenda la verità sia ben lungi dall’essere accertata e che pertanto vada fatta piena luce. Proprio per accertare la verità e fugare ogni dubbio, Legambiente – si fa rilevare – aveva lanciato a metà ottobre l’"Operazione trasparenza», chiedendo il coinvolgimento di diversi ricercatori qualificati che rappresentassero organismi indipendenti e associazioni nelle indagini sul relitto di Cetraro, mentre anche in questo caso il ministero ha operato in perfetta solitudine. Abbiamo scelto di dedicare l'iniziativa di oggi al torrente Oliva perchè è il simbolo di tanti altri luoghi della Calabria, che subiscono scempi ambientali. Diversi soggetti istituzionali hanno riportato, infatti, dati allarmanti per quanto riguarda la contaminazione di quest’area legata alla presenza di materiali contenenti metalli pesanti e rifiuti radioattivi. Allarmanti anche i dati sulla diffusione di leucemia e patologie tumorali nella zona interessata». A testimonianza della contaminazione della zona Legambiente cita la risposta del sottosegretario Roberto Menia all’interrogazione parlamentare dell’On. Realacci n. 4-04036, il quale, afferma Legambiente, ha detto che «è stato rilevata «presenza di cesio 137» e che «è emerso un valore radioattivo da 3 a 6 volte superiore alla norma», oltre la presenza di metalli pesanti tra cui il mercurio. «Alla vigilia del piano di caratterizzazione che il ministero ha programmato per il torrente Oliva – commenta Franco Saragò, del direttivo Legambiente Calabria – Legambiente chiede che sia fatta chiarezza e che sia data tempestiva e esaustiva informazione alla cittadinanza, nonchè il coinvolgimento dei tutti gli Enti Locali e i soggetti interessati che operano sul territorio. Una misura che riteniamo essenziale per evitare falsi allarmismi ed ulteriore preoccupazione nella popolazione».
LA DDA. «Il relitto individuato dalla nave della Regione Calabria a largo di Cetraro (Cosenza) è esattamente quello su cui sono stati effettuati i rilievi da parte della nave inviata dal ministero dell’Ambiente. Il relitto in questione non contiene alcun fusto ed in esso, come nell’area circostante, non sono state rilevate radiazioni pericolose, nè alfa, nè beta e nè gamma». A ribadire queste certezze, oggi, sono stati i vertici della Procura di Catanzaro, che stanno portando avanti le indagini relative al ritrovamento di quella che si temeva potesse essere la «nave dei veleni», cioè un’imbarcazione affondata dalla 'ndrangheta con a bordo un carico di rifiuti radioattivi, e che si avviano verso la conclusione perchè la nave, allo stato, risulta del tutto innocua. Volendo lasciare da parte ogni commento sulle illazioni che si stanno rincorrendo in questi giorni sugli organi di informazione, il procuratore capo Vincenzo Lombardo, ed il suo aggiunto, Giuseppe Borrelli, hanno invece fugato ogni dubbio sulle attività di indagine fin qui condotte. A parte le varie libere interpretazioni, le apparenti rivelazioni non fondate su argomenti certi e razionali, ed i ritorni al passato che creano solamente confusione, «noi – ha detto il procuratore - dobbiamo parlare sulla scorta di riscontri oggettivi. Abbiamo lavorato molto seriamente ed in maniera trasparente, ed ogni passaggio è stato cristallizzato in atti giudiziari. Avevamo il compito di identificare il relitto rinvenuto a Cetraro e di verificare che non fosse pericoloso, e questo abbiamo fatto. Si tratta della nave passeggeri «Catania», affondata nel 1917; non contiene alcun fusto o altro genere di rifiuti sospetti. Era il nostro obiettivo e lo abbiamo raggiunto con la massima attenzione. Attendiamo adesso gli ultimi dati in merito all’eventuale presenza di pericoli, e cioè i risultati delle indagini scientifiche sui campioni prelevati in mare, e poi il caso sarà chiuso».
I due magistrati hanno parlato con carte alla mano, mostrando alcuni degli esiti delle verifiche effettuate per spiegare come i dubbi sollevati da qualcuno siano infondati. A partire dai rilievi fotografici effettuati sia dalla Regione che dal Ministero che, specie relativamente alle immagini dei dettagli del relitto, mostrano come il soggetto delle fotorilevazioni sia identico. Quanto alla discrepanza fra le coordinate fornite dalla «Copernault Franca» (la nave della Regione Calabria) e dalla «Mare Oceano» (la nave del ministrero dell’Ambiente) per indicare il posizionamento del «Catania», il «mistero» è facilmente spiegato. Le misurazioni sono state effettuate con strumentazioni diverse, e quella del Ministero può considerarsi più precisa, mentre quella dell’Arpacal indica coordinate per approssimazione - come indica la stessa sigla accanto ai numeri di riferimento -. Ma, soprattutto, una si esprime in centesimi, e l’altra in sessantesimi, motivo per cui le coordinate appaiono diverse, e comunque in maniera talmente lieve da non consentire di poter seriamente dubitare di trovarsi in presenza di due navi distinte. «Per intenderci – hanno spiegato i magistrati -stiamo parlando di apparenti differenze di pochi metri, non certo di chilometri».

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