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Non gli comunicano scarcerazione e si uccide, agenti indagati

Basilicata

Giovanni Lorusso, 41 anni di Bari, era stato condannato a Rimini nel 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia. Alcuni agenti sono indagati.

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Era già stato formalmente scarcerato, ma nessuno glielo ha comunicato, così si è tolto la vita in carcere. È accaduto martedì scorso nel carcere di Palmi: l’uomo infatti, Giovanni Lorusso quarantunenne di Bari, era stato condannato a Rimini nell’agosto 2008 per il furto di uno zaino in spiaggia. Ora i familiari del detenuto suicida chiedono chiarezza e giustizia. Perchè quel provvedimento di scarcerazione non è stato notificato al loro congiunto? Gli erano stati comminati 4 anni e 5 mesi di pena per una serie di aggravanti fra cui la recidiva specifica, la dichiarazione di delinquente abituale e il fatto che si trovasse in Romagna in violazione delle misure di sorveglianza alle quali era sottoposto. Andati a vuoto i tentativi di ottenere gli arresti domiciliari in una comunità di recupero, il barese era disperato e si è tolto la vita in cella con il fornellino del gas. Ma il provvedimento di scarcerazione era già arrivato da più di 24 ore negli uffici del penitenziario, grazie alla richiesta dell’avvocato Martina Montanari che era stata accolta dalla Corte d’Appello di Bologna. Il provvedimento che lo autorizzava a uscire dal carcere di lì a tre giorni era già arrivato da più di 24 ore negli uffici della direzione, ma a lui si erano scordati di notificarlo. Così, detenuto da oltre un anno e disperato per il timore di dover far fronte all’ennesimo rifiuto di lasciarsi le sbarre alle spalle ed entrare in una comunità di recupero, non ha resistito alla prospettiva di restare dentro e si è tolto la vita con il gas del proprio fornellino all’interno della cella. Per lui la scarcerazione sarebbe stata la fine di un incubo: appena due settimane fa era stato trasferito infatti dal carcere di Ariano Irpino a quello di Palmi, dopo aver lamentato nei colloqui con i propri familiari di essere stato maltrattato all’interno del precedente istituto che lo ospitava (mentre a Rimini era rimasto solo i primi mesi). «Tiratemi fuori, non ce la faccio più a stare dentro», era stato il suo ultimo, disperato appello. Chi lo ha in contrato ha riferito che l’uomo aveva dei lividi e una mano fratturata: i parenti avevano manifestato al difensore l’intenzione di rivolgersi alle autorità per chiedere spiegazioni sull'accaduto. Ma la burocrazia carceraria ha impedito che gli venisse comunicato il provvedimento autorizzativo dei domiciliari (con scarcerazione e contestuale ingresso in comunità a partire dal 20 novembre), provvedimento arrivato regolarmente a Palmi il 16 novembre. «I familiari del detenuto, convinti che se fosse stato avvisato tempestivamente – spiega l'avvocato riminese Montanari che ha seguito la vicenda della vittima a partire dal furto in spiaggia – la tragedia non sarebbe accaduta, ora sono assaliti anche da altri dubbi: vogliono approfondire le circostanze della morte del loro congiunto». «Questa mattina sono cominciati gli esami autoptici - aggiunge l’avvocato Montanari – mentre la famiglia è a Palmi e sta raccogliendo notizie, ma prima diffonderle vorrei verificarle. Comunque è stato trasferito da un carcere all’altro dopo che aveva scritto una lettera alla sorella in cui raccontava di essere stato maltrattato. L’uomo, che era abituato ala carcerazione, aveva quindi raggiunto un grave grado di depressione. Era anche tossicodipendente ma voleva riabilitarsi e aveva scelto la comunità il Gabbiano in provincia di Sondrio. Si sapeva far rispettare in carcere, conosceva l’ambiente carcerario, era stato spesso dentro. E non aveva mai manifestato intenzioni suicide. Non vogliamo accusare nessuno per ora, aspettiamo l’esito degli esami, ma vogliamo sapere cosa è successo nelle carceri di Ariano Irpino e Palmi. E non possiamo escludere nulla, nemmeno un delitto. Contiamo sulle indagini della Procura di Palmi».Alcuni agenti di polizia penitenziaria del carcere di Palmi sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sul suicidio.Il reato ipotizzato dalla Procura della Repubblica a carico degli agenti di custodia indagati è l’omicidio colposo. La Procura sta verificando, in particolare, se il personale del carcere abbia attuato la necessaria vigilanza nei confronti del detenuto al fine di prevenirne il suicidio. Dagli accertamenti che sono stati effettuati è emerso, tra l'altro, che Lorusso si è infilato un sacchetto di plastica in testa prima di avvicinarsi al fornellino da cucina dal quale ha inalato il gas che ne ha provocato la morte.

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