Salta al contenuto principale

Poste: ti prepensioni? Il posto a tuo figlio

Basilicata

Il "progetto Mix" offre ai lavoratori più anziani un incentivo irresistibile: l'assunzione "in famiglia". La Cgil unico sindacato ad aver detto un "no" secco.

Tempo di lettura: 
5 minuti 13 secondi

di ROCCO PEZZANO
SPORTELLI postali di famiglia. Il piano di Poste Italiane - il “progetto Mix” - sembra andare in quella direzione.
L’idea - a cui solo la Cgil ha opposto un “no” secco - è quella di proporre ai dipendenti sulle soglie della pensione un incentivo a cui è difficile resistere: trasmettere il posto di lavoro ai figli.
E’ assai raro scovare un comunicato, un articolo, una nota che ne parli. Se ne ha traccia in un servizio dell’Unità del 31 luglio scorso. Poi una dichiarazione dell’amministratore delegato dell’azienda Massimo Sarmi - che però la prendeva molto alla lontana - del 22 settembre e, nello stesso giorno, una risposta di Emilio Miceli, segretario generale della Slc Cgil.
Fino a ieri, quando il segretario regionale dello stesso sindacato, Antonio Palermo, ha scritto una nota indirizzata ai dipendenti postali. Fra questi comunicati - anche in Italia - c’è praticamente il nulla.
Scrive Palermo: «Gravi appaiono, come sempre più spesso accade, le posizioni propagandistiche di alcuni sindacalisti che fanno supporre di avere corsie preferenziali, adusi a rappresentarsi quasi come intermediatori del provvedimento e intercettatori delle istanze degli interessati. Scandaloso è, come avvenuto in alcuni casi, il riportare strumentalmente ai lavoratori le posizioni della Cgil quali responsabili di bloccare il provvedimento».
Fatto sta che si sono registrati alcuni forfait. Alcuni aderenti alla Cgil hanno restituito la tessera dicendo: voi siete quelli che non vogliono farci assumere i figli.
Magari - utilizzando fonti qualificate ma anonime - è opportuno ricostruire come è andata.
Le Poste - che non sono più un’azienda pubblica come qualche anno fa ma una società per azioni - hanno bisogno di sfoltire il proprio organico per risparmiare.
I prepensionamenti sono fra i sistemi più accreditati, in questo caso: l’azienda dà qualche soldino in più subito ma si libera in anticipo di un onere che scarica sulle casse previdenziali dello Stato.
Chi accetta di andare via, prenderà un tot di soldi per ogni mese di anticipo sulla pensione, di solito leggermente più alto del consueto mese di stipendio. Poi magari - spiega chi da anni se ne occupa - ci si rende conto che non c’è la tredicesima, la quattordicesima e altri oneri accessori che l’azienda evita di pagare. Ma comunque di tempo per pensare ce n’è: dopo che la proposta viene avanzata il lavoratore ha alcuni giorni di tempo per dare una risposta.
Il ruolo del sindacato in questo senso è prezioso, ma sempre più spesso i lavoratori al tavolo con l’azienda si siedono da soli.
Nei vari incontri con i lavoratori prepensionabili - meglio, con gli “esodabili”, come sono stati ribattezzati - i dirigenti si rendono conto che, chi se ne va, spesso e volentieri domanda: ma un posticino per mio figlio non ci sarebbe? E così, nasce il progetto Mix: al posto del consueto incentivo - i soldi - l’azienda butta sul tavolo un posto di lavoro per il figlio o la figlia del prepensionando. In una prima elaborazione del progetto Mix, era previsto un contratto a tempo determinato. Ma ci si è resi conto subito che per avere una reale deterrenza bisognava offrire il sogno di tutti: il posto fisso. E così, l’azienda ha deciso di offrire un contratto a tempo indeterminato, allo sportello, part-time (dunque a metà giornata) e nella stessa provincia in cui ha operato il papà o la mamma.
Certo, non è proprio automatico: il giovane deve avere almeno 30 anni se è diplomato o almeno 35 se è laureato, e deve superare una prova selettiva (che però si può immaginare non particolarmente cattiva).
Le Poste hanno sottoposto questa idea ai sindacati. Di come siano andate nel dettaglio gli incontri non è dato sapere, per ora. Di certo si sa che solo la Slc Cgil ha detto: non ci stiamo. Per due motivi: un accordo precedente per la stabilizzazione di un certo numero di precari; l’immagine di un’azienda che non deve essere guastata dal concetto di “casta” che l’opinione pubblica potrebbe
maturare.
L’azienda allora - non si sa se spaventata da quell’unico ma pesante “no” o per altri motivi - avrebbe deciso di non proseguire la trattativa (all’epoca in nuce, poco più di una consultazione) col sindacato e di proseguire per i fatti propri, incontrando i singoli lavoratori e trattando così, vis-a-vis, caso per caso. Genitore per genitore. Siamo però nel campo delle voci, dato che non si sa nulla di certo.
La questione in Basilicata sta raggiungendo livelli di tensione elevata. E difatti diversi dirigenti locali dei sindacati preferiscono non esprimersi, per adesso. Per la Uil Poste, ad esempio, Donato Bonomo, che pure dalla Basilicata è stato eletto nella segreteria nazionale e lavora a Roma, preferisce che a esprimersi sia il segretario generale Ciro Amicone.
Il quale spiega di vedere di buon occhio la proposta dell’azienda - che definisce «nepotismo orientato» - anche se rispetta il “no” assoluto della Cgil. «Capisco la questione dei precari - afferma - e siccome a quell’accordo lì ci tengo anch’io, penso che con una gestione intelligente si poteva ottenere l’uno e l’altro».
Aggiunge: «Se nei tg si parla di Brunetta e della sua lotta contro i fannulloni, la prima immagine che viene abbinata è quella di un ufficio postale. Ma i dipendenti delle Poste, pur svolgendo un servizio pubblico, sono soggetti a norme di diritto privato. L’eventuale accusa di “casta” sarebbe infondata».
Ieri sera alle 18 non c’era nessuno, nella direzione dell’Area Sud 1 di Bari di Poste Italiane, che potesse commentare la vicenda.
Anche per la Flp Cisl non ci sono commenti: il segretario provinciale di Potenza Domenico Luglio - che ha esperienza anche come segretario regionale - preferisce non dire nulla. Per ora: «Proprio oggi ho ricevuto un documento da parte dei vertici nazionali. Lo studierò e poi tutti qui in Basilicata decideremo sul da farsi. E su cosa dire».
Pare che fino a oggi non ci siano stati ancora casi concreti di dipendenti andati in prepensionamento lasciando il posto al figlio.
E, sul versante sindacale, qualcuno commenta le tessere disdettate alla Cgil: «E’ un sindacato che ha problemi del genere da qualche tempo. Per un motivo: è rigido. Non accetta compromessi. Nel bene e nel male».
Bisogna capire, nel caso del progetto Mix, quale sia il bene e quale il male.
r.pezzano@luedi.it

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?