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Studenti in protesta al Pasolini
Sospesi dopo il corteo sul diritto allo studio

Basilicata

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di SARA LORUSSO
POTENZA - Quello che chiedono è «maggior dialogo» perché, spiegano, «siamo stati democraticamente eletti dai nostri compagni di scuola e non è giusto che ancora il comitato non si sia insediato ufficialmente». Al Pasolini, da due giorni sono in protesta. Ieri mattina la maggior parte degli studenti, assiepati all’ingresso del liceo scientifico di Macchia Giocoli, ha lanciato un nuovo “appello” al loro preside. Protesta e richiesta. Esplicitata anche a suon di citazioni, di quel Sant’Agostino che riepiloga il “comando”. Così lasciano il messaggio sulla targa e raccontano. All’ingresso di scuola, mercoledì mattina, hanno scoperto di essere stati sospesi con obbligo di frequenza. Gran parte dell’istituto il giorno prima aveva partecipato al corteo organizzato dal collettivo studentesco (l’insieme dei rappresentati di istituto delle scuole superiori della città) e dalla Consulta provinciale degli studenti (organo consultivo riconosciuto dal ministero all’Istruzione) in occasione della giornata mondiale per il diritto allo studio. Cortei a Potenza, come a Milano e a Roma. «Ma il preside ci ha sospeso aggiungendo anche altri provvedimenti come la cancellazione dei viaggi di istruzione e l’annullamento delle agevolazioni per le entrate posticipate e le uscite anticipate se non per casi gravi e “certificabili”». Lorenzo è uno dei quattro rappresentanti di istituto eletti lo scorso 11 novembre dagli studenti del Pasolini. Spiega perchè da alcuni giorni protestano: «Con il preside, non c’è dialogo. Nè ci riconosce come rappresentanti. Eppure siamo stati eletti in elezioni democratiche e “ratificate” da apposite commissioni elettorali istituite e con verbali vidimati anche dagli organi scolastici». Raccontano della riunione del comitato dei studenti, all’indomani delle elezioni, durante un pomeriggio, al di fuori della scuola. «Non è stata certo una scelta per tenere il preside “all’oscuro” delle nostre attività. Ma una volta eletti, tanto i rappresentati di istituto che quelli di classe, ci siamo riuniti informalmente per confrontarci sulle attività da programmare e arrivare con una proposta unica da presentare ufficialmente al preside al primo incontro convocato». Altro che “incontro carbonaro”, «solo un incontro secondo il principio di autonomia e autogestione sanciti dallo Statuto degli studenti e delle studentesse». Solo che, spiegano, quella convocazione non è mai arrivata. Ma sia chiaro - tengono a precisare - «qui non si tratta di contestare né singole persone, nè la gestione scolastica, nè, tanto meno, la didattica. Argomento sul quale non abbiamo nulla da ridire. Quello che contestiamo è l’assenza di coinvolgimento, di dialogo con il preside. Come nel caso del consiglio di istituto a cui non possiamo partecipare finchè non ci sarà una convocazione ufficiale». Sono supportati anche da alcuni genitori che richiamano un “clima” che ai ragazzi - dice una mamma all’ingresso della scuola - non gioverebbe. Anche lei richiama il «dialogo mancante». Lo scenario, però, cambia del tutto quando a parlare è proprio il preside dell’istituto, Raffaele Telesca. «Nessuno - spiega esplicitando le motivazioni dei provvedimenti presi con i ragazzi - avrebbe vietato la partecipazione alla manifestazione del 17 novembre se avessero rispettato la regole e seguito l’iter previsto»: richiesta per tempo e informazione adeguata. Ovvero, il preside spiega di essere venuto a conoscenza della manifestazione, per caso e dall’esterno, alcuni giorni prima. Ecco perchè ha convocato, proprio per evitare “fraintendimenti”, il comitato studentesco, «quello realmente deputato alla rappresentanza», con gli eletti per classe, in gruppi. «Eppure non sapevano molto della manifestazione». Di qui, le sanzioni all’indomani del corteo. «Ho semplicemente spiegato che sarei stato meno permissivo, soprattutto sulla flessibilità di entrate e uscite - aggiunge Telesca - A quella manifestazione hanno partecipato in modo fraudolento». Come a dire, c’è un regolamento «e le regole democratiche ne sono parte. Vanno rispettate».

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