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Postiglione il superpresidente

Basilicata

Protetto dalla mala, amico della Digos. Il patron dei rossoblu si autominacciava con gli sms

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di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - C’erano il boss e i suoi picchiatori. E c’erano i poliziotti. Giuseppe Postiglione, 27 anni, il presidente ragazzino del Potenza Sport club, si sentiva con le spalle coperte. Il boss Antonio Cossidente gli sedava le contestazioni dei tifosi, intimoriva lo staff tecnico, organizzava le spedizioni punitive contro i tifosi avversari, influenzava alcune partite di calcio del campionato di C1. I poliziotti, invece, si lasciavano «suggerire» cosa scrivere nelle informative del dopo partita. Qualcuno, però, prestava il suo supporto anche per altre attività. Da dirigente accompagnatore del Potenza calcio il vicesovrintendente in servizio alla Digos di Potenza Marino Ianni provvedeva a «sporcare gli spogliatoi del Gallipoli». Episodio che trova riscontro nel rapporto del commissario di campo.
Con questo staff Postiglione si sentiva intoccabile. E non aveva paura delle minacce. Un po’ perché, come hanno scoperto i carabinieri del nucleo investigativo di Potenza, se le faceva da sé. Un po’ perché aveva gli amici giusti.
E non fa niente se i suoi collaboratori in sua assenza lo chiamavano «zi’ accale», «cicciobello», «poldino» o «polpettone». Lui sapeva bene quanto contava in giro a Potenza il nome di Cossidente.
Con questo staff il superpresidente poteva anche truccare le partite. Poteva anche fare soldi con le scommesse. Poteva anche minacciarsi. Come quando, prima della partita truccata con la Salernitana, quella da 150 mila euro, si è inviato da un sito internet un sms: «Non sbagliare, fai la cosa migliore per tutti, le conseguenze per te potrebbero essere molto peggiori di quanto sai o immagini». Perché? Cosa ha spinto il presidente ragazzino a simulare le intimidazioni? Secondo il sostituto procuratore antimafia Francesco Basentini, titolare dell’inchiesta, «l’episodio gli sarebbe servito dapprima per ottenere la bonaria comprensione del suo allenatore, successivamente per rabbonire la procura federale della Figc» e infine per «inventare» l’immagine «del presidente minacciato e perseguitato». Qualche mese dopo trova la testa di un porco ancora insanguinata sulla sua auto. L’episodio nelle carte dell’inchiesta - che il Quotidiano ha potuto visionare - non compare. Ma è un altro aspetto strano di questa storia. Come è strano che a pochi giorni dal suo arresto il presidentissimo sia scomparso nel nulla, per ricomparire pochi giorni dopo con la scorta della Digos. Perché?
Di certo con alcuni poliziotti i rapporti di Postiglione erano buoni. Lo dimostrerebbe una telefonata tra l’ispettore Giuseppe Botta e il superpresidente. Postiglione si trova a Roma per discutere alla Federcalcio il ricorso presentato dal Gallipoli. Ha bisogno di una nota in cui la Digos attestasse la fattiva collaborazione manifestata dalla dirigenza del Potenza in occasione degli incidenti della partita Potenza-Gallipoli. L’informativa era in fase di elaborazione e, perciò, secondo il magistrato antimafia, «coperta da segreto». L’ispettore legge a Postiglione i passaggi sulle «violenze da parte degli spettatori convenuti sugli spalti» e sull’intervento «della dirigenza del Potenza e in particolar modo del presidente Giuseppe Postiglione che si attivava affinché la situazione, contraria a ogni buon senso, fosse superata quanto prima». Falso. Quelle erano le violenze organizzate da Postiglione per «creare un clima di terrore che avrebbe costretto la squadra del Gallipoli - ricostruiscono gli investigatori - ad affrontare l’impegno sportivo in condizioni di emotiva sudditanza». Il Gallipoli quella partita la doveva perdere. Tonino De Angelis, ex uomo dello staff del presidentissimo, poi pentito, racconterà ai carabinieri: «Tutto era preparato. Hanno organizzato la spedizione al Bouganville... quando i giocatori erano in albergo... voleva già fargliela pagare... - dobbiamo cominciare nell’albergo -, diceva... è finita nello stadio».
L’ispettore della Digos fa passare il presidente come una verginella e gli chiede anche: «c’è qualcosa fa modificare o da aggiungere?».
Ma andava bene così. L’informativa «offriva alla procura - si legge negli atti dell’inchiesta - una ricostruzione dei fatti non vera». E il superpresidente se la scappottava un’altra volta.

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