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Il pusher, il bossil calcio e la coca

Basilicata

L’inchiesta sul Potenza si allargaal mercato della droga
Quando non andava allo stadio Michele Scavoneriforniva i suoi clienti. I soldi investiti nelle scommesse

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di FABIO AMENDOLARA
POTENZA - Quando non andava allo stadio andava dal gioielliere, dall’ottico, dall’amico di Ruoti o da Pino, «da identificare», annotano i carabinieri del nucleo investigativo che stanno indagando su un giro di spaccio nella Potenza bene. Ha l’aspetto del bravo ragazzo, con alle spalle una famiglia per bene. Lavoratori. Gente seria. Lui, Michele Scavone, 35 anni, però, per arrotondare faceva anche il pusher.
Su di lui, i carabinieri del capitano Antonio Milone, ritengono di aver raccolto «inequivocabili elementi». Hanno scoperto, ad esempio, che la coca la nascondeva a casa della sua donna, «consapevole delle attività illecite», secondo gli investigatori. «Una delle nuove leve del boss», lo definiscono in un’informativa che il Quotidiano ha potuto consultare e che «fornisce chiare indicazioni sull’esistenza di un’organizzazione con a capo Antonio Cossidente», il boss della calcio connection. Gli utenti, sospettano gli investigatori, «appaiono di livello sociale elevato». Utenti, ma non solo. Secondo i carabinieri «si prestano anche alla cessione per conto dell’organizzazione». Un gioielliere: Pierluigi Tomasco, 50 anni. E un ottico: Domenico Marchese, 43 anni. Perché, sostengono gli investigatori, «le acquisizioni investigative permettono di affermare che le attività illecite messe in atto da Scavone sono portate a compimento in stretta sinergia operativa con Marchese e Tomasco». I carabinieri, in un primo momento, pensavano «che si rifornissero di droga per esclusivo uso personale». L’incedere dell’attività d’indagine avrebbe consentito ai militari di «ritenerli stabili collaboratori di Scavone». Ecco perché: «Le reiterate e quotidiane richieste di cocaina - valutano i carabinieri - non giustificano un uso meramente personale». E poi c’è un passaggio di soldi che per i carabinieri è riferito «all’acquisto di un non modico quantitativo di droga».
Prima la telefonata, poi l’incontro. Era la prassi. Ora vicino alla Regione, ora al distributore di benzina, ora al bar in via del Gallitello. I posti preferiti da Marchese. Tomasco preferiva via Vaccaro o «vicino alla farmacia». Scavone capiva subito. Anche quando doveva andare «sotto casa dell’ingegnere». Era sempre il gioielliere a dirglielo. Non erano gli unici a sentirsi con Scavone. La rubrica telefonica di Scavone era piena di contatti. Pino Castriota, Rosaria Radice, Sergio e Piero Calò, Domenico Aquino. Ma soprattutto il boss: Antonio Cossidente, «allo stato attuale - secondo i carabinieri - il capo con funzioni strategiche, organizzative e dirigenziali dell’associazione, il quale opera in stretta e stabile sinergia con Michele Scavone».
Gli investigatori, negli atti, raccontano di «lauti e veloci guadagni», grazie «alla messa in circolazione, mediante i necessari crismi predeterminati, di vari quantitativi di droga, che l’associazione a delinquere pone in vendita con professionale cadenza quotidiana». Era Cossidente a «indicare ai propri accoliti, con un linguaggio accorto e criptico, utilizzando vari nomi di fantasia, sia gli illeciti compiti da espletare che i luoghi dove incontrarsi per pianificare le attività». E poi, tra gli affari, c’erano le scommesse: «un innegabile strumento - scrivono i carabinieri - per lavare i proventi delle attività illecite».
f.amendolara@luedi.it

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