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Operazione "Maestro" al Porto di Gioia Tauro
ventiquattro persone in manette

Basilicata

L'operazione di questa mattina è stata denominata “Maestro», contro i presunti affiliati alle cosche Molè e Piromalli di Gioia Tauro

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Ha consentito di ricostruire i nuovi equilibri mafiosi e le trame dei clan della piana di Gioia Tauro l’operazione "Maestro", eseguita stamani dai Carabinieri, che hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal g.i.p. del tribunale di Reggio Calabria nei confronti di 27 indagati per associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, ed altri reati doganali.
Gli interventi, che hanno interessato la Calabria, il Lazio e la Toscana, comprendono anche il sequestro di beni per un valore di 50 milioni di euro, costituiti da società di import-export e da un’importante struttura alberghiera nella provincia di Roma.
I provvedimenti restrittivi scaturiscono da un’attività investigativa, diretta dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria e condotta dal Ros, con la collaborazione dell’agenzia delle dogane, e che si è avvalsa anche del contributo informativo dell’agenzia della sicurezza interna, sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nella gestione delle attività imprenditoriali nel porto di Gioia Tauro, con particolare riferimento alla cosca Molè, storicamente attiva nella piana, documentando i rapporti e con le 'ndrine dei Pesce e dei Piromalli.
L’attività ha fatto emergere che spedizionieri collegati alle cosche agevolavano l’importazione di merce contraffatta di provenienza cinese, ottenendo ingenti plusvalenze dalla loro vendita sul mercato nero. In particolare, secondo gli inquirenti, Cosimo Virgilio, amministratore di una società di import-export ed uomo di fiducia del defunto Rocco Molè, favoriva l'importazione fraudolenta di articoli di abbigliamento, eludendo il sistema di controllo automatico dell’agenzia delle dogane e, con il meccanismo della sottofatturazione, evadeva quote rilevanti di dazi e iva.
La stretta collaborazione tra i Carabinieri e l’ufficio antifrode doganale, ha permesso il sequestro di numerosi container di merce contraffatta e l'accertamento, tra il 2007 ed il 2009, di sistematiche violazioni a favore di esportatori di nazionalità cinese, attivi sull'intero territorio nazionale, ed in particolare nelle città di Roma, Napoli, Salerno, Firenze, Palermo e Mantova, con un danno per l’erario di decine di milioni di euro.
Le indagini hanno così permesso di accertare che parte dei proventi delle attività illecite veniva reimpiegata in un’imponente struttura immobiliare ubicata a Monte Porzio Catone (Rm), composta da un lussuoso complesso alberghiero e da due avviati ristoranti, acquisiti dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l'attività per compensare i debiti maturati con il sodalizio.
La struttura ricettiva è stata sottoposta a sequestro preventivo ai sensi del comma 7° dell’art.416 bis, dai Carabinieri che, all’interno, vi hanno tratto in arresto anche il principale referente imprenditoriale della cosca, Cosimo Virgilio. In particolare sono emersi diversificati interessi della cosca Molè e la capacità di condizionare il tessuto sociale ed imprenditoriale dell’area, prima e dopo l’omicidio del reggente, Rocco Molè.
L’eliminazione di quest’ultimo, avvenuta il 1° febbraio 2008, aveva incrinato l’equilibrio mafioso e la pacifica coesistenza con la cosca Piromalli, legata anche da vincoli familiari, scatenando uno scontro per il controllo delle attività economiche e produttive dell’area e determinando nuove alleanza mafiose. L’attività ha infine consentito, la sera dell’11 giugno 2009, dopo l’individuazione di numerosi bunker sottorranei ricavati all’interno di abitazioni, l’arresto del ricercato Girolamo Molè , ricompreso nell’elenco dei latitanti più pericolosi e cugino dell’omonimo capo clan detenuto, che dal carcere continuava a dirigere la cosca, impartendo precise disposizioni agli affiliati sulla gestione degli affari e dei rapporti con gli altri sodalizi. L'indagine documenta un’inedita operatività transnazionale della criminalità mafiosa e costituisce – secondo gli inquirenti – un’ulteriore conferma della presenza delle cosche della piana nel porto di Gioia Tauro, fondamentale per la gestione delle rotte dei traffici illeciti e per mantenere una posizione di forza nei rapporti con le altre consorterie criminali. Proprio intensificando i controlli nel porto, in collaborazione dell’agenzia delle dogane, i carabinieri hanno sequestrato centinaia di chilogrammi di cocaina, sostanza che continua a costituire l’iniziale fonte di arricchimento della ndragheta, mentre gli ingenti sequestri di beni mobili ed immobili nella capitale ne confermano la vocazione imprenditoriale e commerciale.

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