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Da mesi chiuso il centro Aquilone nel capoluogo

Basilicata

Interrogazione dell'opposizione sulla casa di accoglienza per tossicodipendeti. Con i sopralluoghi l'amministrazione trova i cancelli chiusi. Dalla cooperativa: «Eseguiti lavori di manutenzione»

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di SARA LORUSSO
POTENZA - Negli anni ‘90, «fu davvero un fatto straordinario che in città ci fosse un centro di prima accoglienza e recupero per i tossicodipendneti». Nella struttura gestita dalla cooperativa l’Aquilone, a due passi dal ponte Musmeci, sono passati tanti ragazzi e i successi - lo riconoscono in molti - ci sono stati. Ma da qualche mese, la struttura è chiusa. Da un lato la cooperativa che, attraverso il presidente, Vincenzo Martinelli, spiega l’accaduto e rassicura sulla ripresa delle attività. Dall’altro, il coordinatore del gruppo di opposizione, Giuseppe Molinari, che ha presentato un’interrogazione: «Che cosa ne è della convenzione con la cooperativa?».
L’amministrazione risponde recuperando la storia della struttura. Con la cooperativa Aquilone sono in piedi due convenzioni, spiega l’assessore alle Politiche sociali, Donato Pace. La prima riguarda la struttura di viale del Basento che scade il prossimo luglio e va avanti da circa dieci anni. Sollecitato dalle notizie sulla chiusura, l’ente ha svolto alcuni sopralluoghi e, a cancelli trovati chiusi, ha chiesto conto alla cooperativa. La sospensione dell’attività è dovuta ad alcuni lavori di adeguamento dello stabile (che nel frattempo è stata ampliata di altri locali) e all’attesa di alcuni certificati senza i quali - ha risposto la cooperativa - non sarebbe stato possibile avere l’autorizzazione sanitaria sulla struttura complessiva. Per cui si è in attesa (nel frattempo la cooperativa ha consegnato all’amministrazione le chiavi del centro). Ma almeno fino a luglio (nell’ipotesi di nuova gara per l’affidamento della struttura), resta in vigore la convenzione.
Ma di convenzione ce ne è anche un’altra che riguarda la chiesetta di Betlemme: «L’amministrazione - spiega Pace - ne è venuta a conoscenza perchè la Diocesi (che ne è proprietaria e che l’ha ceduta in comodato d’uso gratuito all’ente che a sua volta ha ceduto la gestione gratuitamente alla cooperativa, ndr) ne ha chiesto la restituzione. Anche in questo caso abbiamo fatto dei sopralluoghi e chiesto conto all’Aquilone». Ma Martinelli spiega che questo caso è più “semplice”: «Abbiamo fatto - dice - alcuni lavori di manutenzione ordinaria sullo stabile», che viene usato come centro di prima accoglienza. Questione di giorni - assicura - per riprendere le attività. Nel frattempo, lo spazio è anche per la sollecitazione. Politica.
Molinari non nega che quella struttura ha avuto un ruolo importante in città. «A lungo - ricorda - i ragazzi potevano persino eseguire lavori di tipografia per avviarsi al reinserimento lavorativo. Ma adesso, in una città in cui l’emergenza droga è in aumento, serve dare una risposta». Al di là della singola vicenda, «va fatta una valutazione più ampia sul centro. Purtroppo è aumentata in peggio anche la qualità delle droghe - spiega Molinari - e il volontariato, che pure per anni ha sostituito in modo egregio le carenze istituzionali, non può più bastare. Servono medici e specialisti». Ecco perchè suggerisce che «a Potenza arrivi uno dei centri nazionali, già in rete, in grado di poter anche inviare i ragazzi accolti, altrove, in strutture analoghe, ma fuori dal contesto abituale». Pensa alle strutture di don Ciotti, come di altri. E’ un’emergenza - non è un segreto - serve una risposta. «Subito». Ma proprio su questo punto replica anche Martinelli: «La qualità dei nostri servizi è elevata. Anzi - aggiunge - proprio pochi mesi fa con altre associazioni abbiamo messo in piedi un grande momento di discussione, ma di consiglieri, comunali e non, a dispetto dell’invito, neanche l’ombra». E’ in quella sede non sono sfuggite le problematiche, compresi i ritardi dei trasferimenti da parte delle aziende sanitarie: «E’ un problema nazionale, che ci ha comportato alcune difficoltà economiche, ma che stiamo cercando di risolvere».
Per lo stop di questi mesi «chi non aveva terminato il percorso è stato trasferito in altra sede». Diversa la sorte dei dipendenti: si è fermato, di conseguenza, anche il lavoro. La volontà - assicurano - è di riprendere. La città, mai come per questo tema, dovrebbe avanzare risposte.

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