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Rosarno, Callipo scrive a Napolitano: "la Calabria
è una polveriera sociale"

Basilicata

L'imprenditore Pippo Callipo ha scritto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a seguito dei gravi episodi di violenza avvenuti a Rosarno nei giorni scorsi

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«Dopo i terribili fatti di Rosarno, che anzitutto chiedono il rispetto per l’umanità delle persone, intervenga lei per la Calabria abbandonata». Sono le parole dell’imprenditore Pippo Callipo, candidato alla presidenza della Regione, in una lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che il 21 gennaio sarà in Calabria.
Callipo, nella lettera, ipotizza «il rischio che la Calabria diventi la Somalia dell’Occidente». «La sua decisione di venire in Calabria – scrive Callipo – in qualche modo è rincuorante. La reazione di alcuni Ministri, l’inesistenza della Regione persino sul fronte dell’assistenza socio-sanitaria, l’impotenza del volontariato e di tutte le benemerite 'agenzie' in favore degli immigrati, dopo il fuoco e le fiamme di Rosarno nella Piana di Gioia Tauro, ci dicono che vi è una sottovalutazione drammatica del 'caso' Calabria.
Rosarno non è che un punto critico di un quadro regionale che oggi è già fuori dalle regole democratiche. Chi le scrive non è una Cassandra, ma un imprenditore che vive ed opera in Calabria».
«Non soltanto Rosarno è un problema grave – prosegue Callipo – ma la Calabria intera è una polveriera sociale. Se le istituzioni nazionali, compresi i vertici dei partiti, non interverranno per tempo, la Calabria ha il destino segnato: sarà un’area senza sviluppo, senza regole, con un’infima qualità della vita, con ampie sacche del territorio inquinate e con una delle mafie più pericolose; e la Calabria è Italia, Europa.
L’Occidente, egregio Presidente, sta lasciando che la Calabria diventi la sua Somalia. Ecco il punto su cui, sommessamente, la invito a riflettere. Non si diventa la Somalia solo per i rifiuti tossici lì scaricati in cambio di armi. Si diventa come la Somalia per l’estrema povertà di larghe fasce della popolazione; per l’erosione di affidabilità di un sistema istituzionale ed economico in cui la politica, chiusa nel Palazzo, è separata dalla società civile; per l’assenza di regole e per l’alto tasso di corruzione, nonchè per la presenza di una criminalità invasiva e ostativa a qualsiasi forma di sviluppo. Ecco a cosa l’Italia sta andando incontro».
«Altro che festeggiamenti per il 150/mo anniversario dell’Unità. A lei, che rappresenta autorevolmente il Paese – scrive ancora Callipo a Napolitano – rivolgo un appello ad intervenire, per evitare che la solitudine della Calabria si tramuti in rancore sociale e dopo la protesta violenta di Rosarno, le cui condizioni erano a tutti note da anni, possano accadere episodi di ribellione più gravi o che la Calabria si consegni mani e piedi alla 'ndrangheta. La bomba al portone della Procura generale di Reggio Calabria, l’esplosione violenta della guerriglia di Rosarno, la crisi dello scalo di Gioia Tauro, il più importante porto del Mediterraneo: sono queste soltanto alcune delle criticità sulle quali l’attenzione del Governo dovrebbe essere straordinaria e non, com'è al momento, effimera e interamente indirizzata a fabbricare slogan come il Ponte sullo Stretto e la Banca del Sud».
«La democrazia in Calabria – sostiene ancora Callipo – è sospesa e di fatto sono sospesi alcuni dei più importanti diritti costituzionali dei cittadini: il lavoro, la libertà, la sicurezza, la salute. Dinanzi agli indicatori economici che la pongono agli ultimi posti di ogni classifica, al divario crescente di sviluppo rispetto al Paese e alle stesse regioni del Sud, alla fuga dei cervelli e dei giovani, il silenzio delle istituzioni è inquietantè. Dinanzi a tutto ciò non c'è alcuna mano tesa dello Stato alla Calabria migliore, che chiede un aiuto e un sostegno e di poter stringere un 'pattò per uscire dal tunnel e guardare con speranza alla vita.
Da Roma, anzi, si guarda agli inciuci della 'politica politicante' calabrese con indifferenza o condivisione, si assiste all’esclusione dei giovani, delle donne e dei talenti dalla politica senza operare alcuna correzione nei metodi di selezione prevalenti, che esigono servilismo, dedizione ai voleri dei cacicchi, nessun senso critico ma obbedienza e ossequio».
«Questa è diventata la mia regione. Eppure – sostiene ancora il candidato alla presidenza della Regione – le risorse dello Stato e dell’Unione europea non sono mancate, anzi sono state e sono massicce ma finiscono nelle tasche di 'prenditorì che non il rischio d’impresa hanno in animo, bensì le ruberie e le truffe di ogni colore. A questo punto, c'è da domandarsi: cosa aspetta ancora l’Italia? Cos'altro deve accadere, in Calabria, perchè l’Italia intervenga risolutamente per tranciare il connubio fra la malapolitica e il malaffare? La parte migliore del Paese che ha compreso, dovrebbe dare un appoggio alla parte migliore che vive nell’inferno calabrese per aiutarla a venire fuori, ad avere magari più coraggio, più fiducia. Ma se questo non dovesse accadere, sono del parere che ci aspettano giorni peggiori. In queste condizioni difficilmente in Calabria il cittadino crederà che l’unica via da percorrere sia quella del rispetto delle leggi».

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