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Omicidio Lanera, la signora Ruberto incastra
il marito

Basilicata

Vincenzo Ruberto, 57 anni, è accusato dai detective della Squadra mobile di Potenza e dalla procura di Melfi di essere l'assassino dell'avvocato Francesco Lanera. Accuse che troverebbero conferma nell

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Rosa ha 47 anni, tre figli e una vita rovinata. Suo marito Vincenzo Ruberto, 57 anni, è accusato dai detective della Squadra mobile di Potenza e dalla procura di Melfi di essere l'assassino dell'avvocato Francesco Lanera. E lei conferma. Ne è convinta. In un verbale, che il Quotidiano ha potuto consultare in esclusiva, Rosa Giannatempo svela agli investigatori quelli che, fino a quel momento, erano solo sospetti: «L'assassino è Vincenzo Ruberto», l'impiegato disabile che rispondeva al centralino dell'ospedale di Melfi. «Mio marito», dice Rosa. «Ho raggiunto la convinzione che sia lui il responsabile».
Come? Lo spiega al commissario Antonio Mennuti e all'ispettore Ubaldo Rosa. «Ho deciso di raccontare tutto quello che conosco sull'omicidio dell'avvocato».
Il movente
«Mio marito era molto risentito nei confronti dell'avvocato Lanera, perché lo riteneva responsabile della condanna che aveva subito in un processo per violenza sessuale. Sosteneva che l'avvocato non lo avesse difeso in modo adeguato e che, anzi, aveva contribuito con la sua inefficienza a farlo incastrare dai giudici». Fu per questo motivo che lo revocò. Lanera era un bravo civilista. E rappresentava Ruberto anche in altre cause. Quella condanna, però, proprio non la mandava giù «e - racconta la moglie - non esitò a revocargli il mandato e a chiedergli la restituzione delle carte». Ma Lanera era un avvocato molto preciso. Preparò una parcella, con le tariffe indicate dall'ordine degli avvocati, e la inviò a Ruberto. Racconta la donna: «Quando arrivò la richiesta di pagamento mio marito si arrabbiò enormemente. Riteneva che fosse una dimostrazione di arroganza. Voleva che l'avvocato gli chiedesse scusa».
La mediazione fallita
«A nulla valsero i miei tentativi di portarlo alla ragione e - dice la donna - le mie argomentazioni per cercare un incontro con l'avvocato per chiudere bonariamente la vicenda. Disse che avrebbe risolto la questione a modo suo».
Le convinzioni
«Ho raggiunto la convinzione che mio marito sia responsabile dell'omicidio dell'avvocato, nella cui azione ha purtroppo costretto e coinvolto mio figlio Michele (già condannato a 18 anni di carcere ndr), verso il quale aveva un fortissimo ascendente».
Nessuna confessione
Ruberto, però, non ha mai confidato alla moglie di aver ucciso l'avvocato. Lei se ne è convinta da sola. «Ci sono delle cose - dice Rosa - che mi hanno portato a riflettere sulla vicenda. Mio marito quel giorno faceva il turno pomeridiano e, contrariamente al solito, mi chiese di mettere sotto carica la protesi per il braccio sinistro. Si tratta di una circostanza particolare e assolutamente legata a quel giorno. Lui non metteva mai quella protesi. Neanche in occasione di feste o di appuntamenti importanti. Non la indossò nemmeno per le nozze di nostra figlia. L'impiego di quella mano artificiale lo aiutava molto nei movimenti. Poteva prendere e trattenere oggetti anche di notevoli dimensioni».
Le armi
Lanera viene ucciso con due colpi sparati a distanza ravvicinata con una pistola calibro 7,65. Uno raggiunge l'avvocato alla testa, l'altro al collo. Racconta la moglie di Ruberto: «Qualche tempo fa mio figlio si è fatto arrestare per la detenzione di una pistola che la polizia aveva trovato a casa nostra, assumendosi la responsabilità, contrariamente alla realtà dei fatti. In realtà quella pistola era del padre che ne deteneva anche un'altra. L'altra pistola non l'ho più vista». Questo è un particolare che gli investigatori definiscono «importante». «Mio marito - aggiunge la signora Rosa - teneva le due armi nel comodino della camera da letto». Stranamente spariscono «dopo l'omicidio Lanera». Quella di Ruberto per le armi e gli esplosivi «era un'ossessione», secondo la moglie. «Ne è stato appassionato sin da piccolo, arrivando addirittura a farsi saltare la mano con un petardo che aveva raccolto per strada». Questo particolare glielo raccontarono i suoceri.
Le rivelazioni
«Mi sono convinta a fare queste dichiarazioni perché ritengo che a questo punto non serva più a nulla tenere nascoste le mie convinzioni sulla responsabilità di mio marito. Preciso che non sono stata costretta da nessuno né mossa da risentimento, astio o ragioni di vendetta». Queste rivelazioni ora, però, dovrà ripeterle davanti ai giudici della Corte d'assise, alla presenza di suo marito.
Fabio Amendolara
f.amendolara@luedi.it

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