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Riflessioni su Amanda e Raffaele

Basilicata

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Nell’era d’internet, della vita vissuta sulla tastiera di un computer attraverso il web che conduce in ogni angolo del mondo, che fa vivere esperienze estreme di sesso o di orrore per il gusto perverso di sperimentare emozioni forti che fanno sentire vivi seppure di una vita virtuale ma, che consente di uscire da qualsiasi situazione facendo un clic con il mouse e che perciò rende sempre più fragili di fronte alla vita vera con la quale si fa confusione non riconoscendo i limiti e vivendo in un perenne stato “borderline”; in quest’era nella quale gli adulti, guardano stupiti al comportamento dei giovani, perché non riescono a cogliere il senso delle loro azioni e quando cercano di spiegarlo lo fanno con i loro modelli di comportamento che non coincidono più con quelli dei propri figli e allargano il baratro che li separa. In quest’era, dicevo, si verificano casi come quello di Perugia o di Garlasco o ancora più emblematico, il caso di quella ragazzina quattordicenne violentata e uccisa in un paese della Sicilia, da alcuni suoi coetanei ed uno di questi dopo aver confessato le nefandazze commesse, dice al commissario di polizia “adesso posso tornare a casa?” ed è per questo che Amanda e Raffaele sono innocenti, sono stati loro a seviziare e uccidere la povera Meredith ma, sono innocenti, perché non avrebbero voluto farlo, loro volevano soltanto giocare come ad un video-gioco e poi cancellare tutto e ricominciare daccapo, però qualcosa si è inceppato nel computer e per quanto Raffaele sia un tecnico informatico, non è riuscito a ripararlo, allora ha cercato di dire “non dicendo” che era stata Amanda a giocare di più, ma che lui non poteva credere (a quanto aveva visto) , poi, insieme avevano cercato di addosare le responsabilità al solo Rudy, già condannato e poi “diverso” perché extracomunitario. I genitori, al di là del baratro, sono troppo lontani per vederci chiaro e siccome possono, ingaggiano i migliori avvocati perché riparino il computer e azionino il “clic” che resetti tutto, quindi agli avvocati non interessa la verità, cercano soltanto i tasti giusti ma il computer è ormai rotto, non si può più riparare, sarebbe stato meglio, allora, evidenziare la confusione mentale di cui sono vittima i ragazzi e sperare nella clemenza della corte. Può darsi, ora che il dado è tratto, qualcuno si decida a raccontare l’incubo che hanno vissuto e che non è quello dei due anni di prigione già fatti e la prospettiva di farne altri ventitre (forse) ma, quello ben più grave, accaduto in sospensione tra virtuale e reale, in quella casa di via della Pergola.

Paolo Praticò

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