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Potenza, Galante lascia Italia dei Valori

Basilicata

Il più votato delle amministrative aderisce ai Popolari uniti e torna a casa dagli ex colleghi Udeur. La sigla dipietrista sparisce dal consiglio comunale del capoluogo

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di SARA LORUSSO
POTENZA - L'addio a Italia dei valori da parte di Roberto Galante non arriva all’improvviso, nè spezza l’attesa dei lavori dell’aula. In fondo, fin dall’apertura dell’assemblea, ieri, il consigliere, il più votato in assoluto della ultima tornata elettorale, sceglie i banchi che a lungo sono stati la sua «casa». Ai Popolari Uniti aderisce perchè, spiega, oggi «ci sono le condizioni per riprendere un percorso interrotto tempo fa. Non mi “trasformo” certo». All’epoca aveva scelto di restare nell’Udeur commissariato, senza aderire ai Popolari uniti, in cui gran parte degli ex mastelliani lucani, dopo la caduta del governo Prodi e le precedenti dimissioni dell’allora Guardasigilli, si erano riversati (fondando ex novo la sigla con alla segreteria sempre Antonio Potenza). Galante, dopo un periodo di riflessione, aveva scelto l’ingresso nell’Italia dei valori. La sigla dipietrista sparisce così dal consiglio comunale nel capoluogo (Che ne sarà della prevista e futura rappresentanza in giunta di Idv? Nel frattempo però i Pu passano a sei consiglieri rafforzando di riflesso anche la presenza in esecutivo che, con tre assessorati, a parti della stessa maggioranza era sembrata “eccessiva”).
Il percorso parte, in qualche modo, da dove si erano lasciati. Anche dopo le polemiche recenti scoppiate per il “caso” nato a partire da alcune intercettazioni inserite negli atti dell’inchiesta sul Potenza calcio. Tra i brogliacci sembrava emergere un accanimento nei confronti di Galante da parte di esponenti del partito per quel suo rifiuto a lasciare l’Udeur ed entrare nei Pu. Ma, spiegano, la politica è altro.
Così, in aula, il tempo è utilizzato per motivare la scelta che «non è maturata dopo le elezioni». La verità è che forse «covava nel mio animo da tempo». Magari a partire dall’episodio “emblematico” che richiama nel ripercorrere la riflessione. In piena campagna elettorale, durante il secondo turno, quando Idv aveva scelto (dopo aver corso in autonomia al primo turno elettorale) di sostenere il sindaco Santarsiero, «all’incontro organizzato con i cittadini, in sostegno del sindaco, a Sant’Antonio La Macchia, non c’era nessuno degli altri 39 componenti della lista dipietrista e, salvo il coordinatore regionale (Michele Radice, ndr), nessun rappresentate del partito, neanche il coordinatore cittadino». Spiega che persino quella scelta di non appoggiare Santarsiero al primo turno, non gli era piaciuta: «E’ che a volte stare in un partito significa pure ingoiare bocconi amari», ma forse di «decisioni prese da solisti» spiega di averne subite troppe nell’Idv. Il richiamo non è esplicito, ma è evidente che tra le righe c’è la presenza del senatore Felice Belisario (capogruppo dei senatori Idv, ndr). Lo sa bene che qualcuno potrebbe opporre che per il suo ingresso in consiglio, il candidato sindaco di Idv, Antonio Autilio, ha dovuto rassegnare le dimissioni: «Ma se così non fosse stato, visto che è anche assessore regionale, non avrei accettato di competere». Questione di opportunità. Senza contare che il mancato sostegno a Santarsiero al primo turno («scelta verticistica») ha prodotto «una geografia variabile di alleanze che non ha avuto e non ha alcun significato politico e che continua a produrre un sostanziale ostracismo verso il governo cittadino, proprio mentre si costruiscono le alleanza a livello regionale».
E poi, a dirla tutta, quella da Idv «non è una vera e propria uscita» visto che - dice - non ha mai registrato una «permanenza», non se il termine indica «la partecipazione attiva alla vita di un partito». Invece Idv, a Roma come a Potenza, «si regge su decisioni di singole persone, dispensatrici del pensiero unico». Con il risultato di sentire «impoverita, sottostimata e persino mortificta» la delega ricevuta «ampiamente (con otre 800 voti, ndr)» dalla comunità. Peccato - aggiunge - visto che «quel partito coniuga il termine “valori” in tutte le salse possibili, tranne che per quello della democrazia interna». Così, è l’addio.

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