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IL FONDO
La Calabria che frana e le colpe delle classi dirigenti

Basilicata

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di MATTEO COSENZA

Naturali come le stagioni, il caldo, il freddo, le piogge e le schiarite, le frane flagellano la Calabria. Meravigliarsi non serve, infatti pochi lo fanno; arrabbiarsi ancora meno, e protestano per lo più le vittime più dirette che hanno perso la casa o si vedono costrette a percorsi di trenta impervi chilometri laddove ne bastavano cinque. I più furbi ne approfittano subito perché la dichiarazione dello stato di calamità è sempre dietro l’angolo e un disastro può perfino trasformarsi in un affare.

La Calabria frana. Tragicamente, tranquillamente. Oscenamente, silenziosamente. Ora come sempre, oggi più che ieri. Perfino le tombe e le cappelle di un cimitero non sono al sicuro, la natura non risparmia neanche i morti. La natura?

La natura restituisce quello che le si fa. Con gli interessi. E’ sempre successo, sempre accadrà. Se ostruisci il corso di un fiume o di una fiumana, il suo corso ne resta segnato e alla foce non arriverà più quel prezioso materiale che serve a ripascere gli arenili. Se sventri una collina, distruggi gli alberi e ci carichi sopra qualche tonnellata di cemento, ferro, legno e plastica, una pioggia più insistente e molesta del solito ti butta giù tutto. Se lasci che un ponte della ferrovia vada alla malora consumando quel poco di forza che lo tiene su, può anche capitarti di trovarti su un treno che attraversa binari sospesi nel vuoto. Se contemporaneamente cementifichi la costa senza piani che non siano quelli di transitori interessi privati e abbandoni al loro destino i paesi dell’interno sei stato capace di sprecare le due risorse fondamentali, il mare e la montagna, che fanno di questa terra la regione più straordinaria e bella d’Italia. Chi altri può vantare 780 chilometri di costa, un quinto del perimetro della penisola italiana? Dove si trova un’altra regione che abbia il 42 per cento di montagne, il 7 per cento di colline, solo un 9 per cento di pianure e tutto il resto di costa. Un paradiso sulla terra per uomini che ce la mettono tutta per trasformarlo in un inferno.

“Il malgoverno del territorio – ha scritto Augusto Placanica con il suo sguardo acuto e profondo – è forse l’espressione tangibile di un malgoverno più sottile e perverso che ha pervaso la cultura di Calabria, rendendone l’identità – i valori e i comportamenti, e dunque l’orgoglio e l’originalità, il culto dell’intelligenza e del sapere, le capacità contestative, il rifiuto delle imposture del potere – un relitto del passato, meritevole di compianto”.

Il fallimento è sicuramente delle classi dirigenti, di chi governa, dalla Regione alle Province ai Comuni, ma è anche di una mentalità che presuppone che il territorio nel suo complesso sia altra cosa da sé, riguardi gli altri e sia un nostro bene esclusivo pur essendo patrimonio della comunità. Un simile modo di pensare autorizza a privilegiare la soddisfazione del proprio interesse anche a scapito di quello collettivo con le conseguenze che si vedono. Ma è indubbio che la maggiore responsabilità è di chi ha il compito di governare il territorio, di sanare il dissesto idrogeologico determinato nei decenni e di impedire che gli interessi o abusi privati compromettano il bene di tutti.

Si dice: mancano le risorse finanziarie. Sarà pure vero ma con tutti gli sprechi che si vedono in giro forse con un po’ di sana razionalizzazione si reperirebbero copiosi mezzi finanziari. Si pensi, ma è solo un esempio, al fatto che la Calabria è l’unica regione in Italia che non si è dotata di un piano casa e che per questo è stata commissariata. O si ricordi il mercato delle vacche dell’ultima lunga seduta del Consiglio regionale dove centrosinistra e centrodestra si sono spartite senza ritegno e a suon di emendamenti al bilancio prebende di ogni tipo da utilizzare probabilmente nelle prossime settimane di campagna elettorale: risorse disponibili quando si vuole.

I comuni dell’interno sono abbandonati a se stessi. Sindaci senza mezzi, paesi difficilmente raggiungibili da cui è più facile scappare che ritornare, un patrimonio culturale prima che storico e ambientale sparisce giorno dopo giorno senza che si faccia qualcosa di serio che non siano le elemosine estive per sagre e feste.

Poi la Calabria frana come in questi giorni, e pochi se ne meravigliano. Nessuno protesta perché per farlo ci vorrebbe una società civile capace di farsi sentire. Per trovarne traccia occorre avventurarsi nella rete dove qualcosa si muove, soprattutto tra i giovani. E’ presto per capire la vastità di questo inedito processo democratico, e poi sarà interessante capire se ci sarà anche la capacità di mettere al centro del confronto e dell’eventuale mobilitazione temi cruciali per tutti come la salvaguardia del territorio, ma la speranza è lì e sarebbe bello che un mezzo di comunicazione così nuovo consentisse la saldatura tra il passato migliore e il futuro più desiderato.

Concludiamo con una citazione che chiarisce bene questo concetto: “Riappropriarsi del proprio territorio e della propria identità, non distruggendo ma innovando e migliorando quel che il nuovo ha già portato, è la sfida attuale di una regione che non voglia sopravvivere al proprio malinconico destino. L’amore per le proprie terre, i propri paesaggi, le acque, le rocce, l’aria, le piante e gli esseri viventi di Calabria, deve essere la nuova sfida culturale dei calabresi: la difesa a oltranza del proprio territorio ne sarà il vero – primo e ultimo – banco di prova”. L’autore è ancora Augusto Placanica, scriveva queste cose nel 1993, ma le possiamo sottoscrivere oggi senza cambiare una virgola. Con l’amarezza di dover constatare che in questo non breve lasso di tempo gli uomini, governanti e governati, hanno solo peggiorato le cose.

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