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Uno spicchio del Bentegodi
colorato di rossoblù

Basilicata

Oltre 300 sostenitori al seguito del Potenza a Verona. Un segnale di grande passione e di amore per la squadra che ripaga sul campo con una grande prestazione. Una domenica indimenticabile

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“MA come è bello qui, ma come è grande qui, ci piace troppo ma, non è il Viviani”. Il motivetto è quello della trasmissione televisiva cult degli anni ’90 “Non è la Rai”. I cantanti, a squarciagola e per nulla scalfiti da oltre 10 ore di pullman, i tifosi del Potenza. Già a mezzogiorno, nel piazzale antistante il mitico Bentegodi, sembra di essere nei pressi dello stadio di viale Marconi. Ci si sente come a casa propria. Troppo suggestivo l’impatto con una struttura che ha vissuto epopee scudettate e che da ieri ha ospitato anche gli oltre 300 giunti dalla Basilicata, o comunque potentini fuori sede e residenti nel Nord Italia. Una partita tanto attesa merita la cornice di pubblico giusta ed adeguata: anche a costo di sobbarcarsi circa 1800 chilometri andata – assai speranzosa – e ritorno compresi. Tre pullman pieni, diversi automezzi furgonati, un buon numero di turisti del weekend, qualcun altro in aereo, una massa adeguata di studenti e lavoratori da Bologna, Perugia, Milano e Torino. Potenza è presente, con oltre 300 supporter. Regge “la battaglia” del tifo con grande dignità e ardore. Con il solito incitamento che riecheggia forte pure tra le mura di Verona. E l’urlo diventa di encomiabile valore se si pensa alla situazione che si vive a livello gestionale, alle nubi che veleggiano intorno al futuro. Il coro che introduce l’ingresso in campo per il riscaldamento è adeguato: “Che sarà sarà, ovunque ti seguirem”. Di fronte ci sono la prima e l’ultima forza del campionato. A livello di tifo, fatte le debite proporzioni, la partita si gioca alla pari. La sciarpata rossoblù, nella fetta di stadio riservata agli ospiti in alto, al terzo anello, fa effetto e suscita l’ammirazione di chi non si lascia travolgere dal campanilismo esasperato e guarda con piacere anche l’oggettiva bellezza altrui. Ma è chiaro che i cori di scherno, ad ogni singolo urlo proveniente da quell’angolo di stadio, sono fatti con l’animo di chi non conosce altro stemma se non quello scaligero. Dà comunque una certa emozione veder battere il cuore potentino in un posto tanto lontano da casa, in una circostanza che, probabilmente, ha unito anche amici di vecchia data che non si ritrovavano da tempo: i chilometri sono azzerati e l’adrenalina che trasmette la partita – indipendentemente dal risultato – abbatte il freddo, la tensione e anche l’indubbio svantaggio numerico nel confronto con gli avversari. Di fronte ci saranno stati pure diecimila sostenitori del Verona, diecimila Butei, come si chiamano da queste parti i ragazzi che tifano Hellas, ma non sembravano molti di più. Quei 300 si sono fatti sentire eccome. Sarà stato anche per l’acustica che faceva rimbombare ogni minimo rumore, ma sembravano tremila. E bastavano per dimostrare a chi ha bisogno di qualche certezza, che Potenza è viva, ha un attaccamento e una passione con pochi eguali in Italia, e non si lascerà abbattere tanto facilmente da nessun evento.

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