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Pena dimezzata all'uomo che investì e uccise Rocco Trivigno

Basilicata

L'appello riduce da 16 a 8 anni e 6 mesi la condanna del moldavo Ignatiuc Vasile. Non più omicidio volontario ma colposo

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di Manuela Boggia

ROMA - Non più omicidio volontario ma colposo, non più sedici anni ma otto e sei mesi. La prima sezione della Corte di assise di appello di Roma, ieri, ha ribaltato la sentenza di primo grado a carico di Ignatiuc Vasile, il moldavo che il 18 luglio 2008 travolse l’auto su cui viaggiava il giovane di Accettura Rocco Trivigno, uccidendolo e ferendo gravemente gli altri due ragazzi a bordo, la sorella di Rocco, Valentina, e il fidanzato, Nicola Telesca.
Ad emettere la sentenza la stessa Corte, in diversa composizione salvo per il giudice a latere, De Crescenzio, che nel giugno dello scorso anno dimezzò la pena a Stefano Lucidi, il trentacinquenne che investì e uccise i due fidanzati Alessio Giuliani e Flaminia Giordani.
Stesso il luogo dell’incidente, l’incrocio tra via Nomentana e viale Regina Margherita, a Roma, stesso il periodo, l’estate del 2008, e stessa la riflessione della giustizia che, nella discussa differenza tra dolo e colpa, infligge in primo grado una condanna per omicidio volontario, sotto il profilo del dolo eventuale, per poi, in un secondo momento, derubricarla in colposo.
Da dieci a cinque gli anni che Lucidi dovrà scontare, sei anni e sei mesi quelli addebitati ieri a Vasile per omicidio colposo con previsione dell’evento, più altri due per ricettazione, perché il furgone su cui viaggiava risultò rubato.
Un precedente, il caso Lucidi, confermato dalla Cassazione esattamente un mese fa, che è stato il terreno su cui ieri si sono confrontate accusa e difesa.
Il risultato è che la Corte ha seguito quella linea che aveva già tracciato accogliendo in sostanza la posizione della difesa, rappresentata dall’avvocato Gianzi, che ha sostenuto con forza come le modalità del caso Lucidi fossero «analoghe» a quelle del caso in esame.
Un confronto durato circa quattro ore in cui il procuratore generale La Rosa e gli avvocati di parte civile, Niello Costanza e Adelmo Manna, hanno ripercorso punto per punto il racconto di quella notte.
La folle corsa di Ignatiuc Vasile che, tentando di sfuggire all’inseguimento della polizia, superò senza fermarsi tre semafori rossi, scontrandosi, infine, a mezzanotte e mezza, con l’auto dei tre ragazzi, travolgendola e facendola sbalzare contro un palo.
Un racconto in cui ogni parola pesa come un macigno sulla famiglia Trivigno, presente in aula, che non dà pace a un dolore che non può trovare pace, come può essere quello per la perdita di un figlio, un dolore che diventa concreto ogni volta che la mamma di Rocco scuote la testa e si nasconde il volto tra le mani quando sente pronunciare il nome del suo ragazzo, un racconto che diventa angoscia nel guardare il ritratto di una famiglia che le si stringe attorno con sguardi e carezze che cercano una consolazione. Una mancanza di consolazione che appare chiara nel ritratto di Rocco che il padre ha voluto consegnato ieri alla Corte.
Intorno alla famiglia l’aula è gremita di ragazzi, gli amici di Rocco, i compagni di università. Una platea attenta e silenziosa che si lascia sfuggire qualche timido brusio solo quando l’avvocato di Vasile fa il suo ritratto descrivendolo come «un giovane onesto, venuto nel nostro paese per mantenere la sua famiglia» con una moglie in attesa di un figlio, il giorno dell’incidente, e che lavorava «fino a mezzanotte». Dall’altra parte Ignatiuc ascolta stretto in un giubotto scuro, sempre a testa bassa, senza mai guardarsi intorno, porgendo solo l’orecchio, di quando in quando, all’interprete che gli siede accanto. Una scena che rimane uguale anche nel momento in cui, dopo essersi consultata per un’ora, la giuria torna in aula e il presidente Catenacci legge la sentenza.
Un silenzio pesante e composto avvolge i presenti, le stesse forze dell’ordine ferme all’ingresso dell’aula, non hanno nessun ordine da dover mantenere perché, dopo i primi sguardi smarriti, gli amici di Rocco e la famiglia si allontanano, qualcuno con le lacrime agli occhi, qualcun altro sussurrando «non è possibile» o «non è giusto», senza alcuna protesta plateale ma mantenendo quella stessa dignità e compostezza nel dolore con cui avevano ascoltato le parole degli avvocati.
Ora la loro speranza è che quel filo sottile che lega la vicenda di Rocco a quella di Alessio Giuliani e Flaminia Giordani si spezzi in Cassazione e il ricorso che le parti sono pronte a presentare abbia un esito questa volta diverso dalla storia di Stefano Lucidi.

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