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Volevano intercettare don Mimì
ma il gip disse di no

Basilicata

1998: la Procura chiese di indagare Don Mimì Sabia. Il gip negò l’autorizzazione

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POTENZA - «Un’articolata nota informativa» per riaprire le indagini a tutto campo attivando una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali a partire da Restivo, passando per i Claps fino allo studio di Don Mimì Sabia (in foto) nella canonica della chiesa della Santissima Trinità. La Suprema Corte di cassazione aveva appena confermato la condanna di Danilo Restivo a due anni e otto mesi di reclusione per false informazioni al pubblico ministero a proposito dei suoi spostamenti la mattina del 12 settembre del 1993. Quella sentenza poteva diventare il trampolino che serviva a rilanciare in grande stile l’inchiesta sulla scomparsa di Elisa. Era novembre del 1998, ma la richiesta del pm Felicia Genovese sarebbe stata rigettata da un giudice dell’ufficio per le indagini preliminari. Faldoni restituiti e ordine di archiviazione. Mesi più tardi quelle carte sarebbero tornate sulla sua scrivania, ma il nome di Don Mimì Sabia nel frattempo sarebbe stato depennato. Poche settimane, e poi sarebbe esploso il caso delle bufale del “pentito” Gennaro Cappiello, così le ricerche si sarebbero allontanate di nuovo dalla chiesa della Santissima Trinità.
È un fatto noto che tra gli investigatori ci fosse chi credeva che il sacerdote che per quasi mezzo secolo ha amministrato la chiesa più prestigiosa di tutta la città, nascondesse qualcosa sul mistero della “scomparsa” di Elisa. Quello che emerge dalle carte depositate dalla Procura di Salerno dopo la chiusura delle indagini sul “giallo di Potenza” va ancora oltre. Avvistamenti, superficialità, coperture e timidezze inaspettate, ma forse neanche tanto, se a finire nel mirino è l’autorità morale del capoluogo, un prete che per anni ha insidiato persino il ruolo dei suoi diretti superiori all’interno della Chiesa.
Di ipotesi ne sono state fatte tante, dall’omicidio, all’allontanamento volontario, ma soprattutto il sequestro di persona. A volte per convinzione, altre volte, magari per cercare di forzare le procedure per riuscire a stendere una rete quanto più grande attorno ai personaggi chiave di questa storia.
Il 9 novembre del 1998, come si diceva, la Cassazione aveva confermato la condanna per Restivo. Il 17 gli agenti della Squadra mobile di Potenza chiedevano di mettere sotto controllo i telefoni di Danilo, suo padre Maurizio, l’ex ragazzo di sua sorella Giovanni Motta, Eris Gega, Eliana De Cillis, e persino della famiglia Claps. Intercettare i parenti di una vittima di sequestro di persona è una prassi consolidata. All’epoca la tesi da portare avanti era Elisa fosse stata rapita a scopo di violenza sessuale da Restivo ed Eris Gega. Eliana De Cillis avrebbe avuto il ruolo del mandante di tutta l’operazione. Se non fossero bastate le intercettazioni telefoniche gli agenti suggerivano di piazzare delle microspie a casa dei Claps, e soprattutto nei luoghi dove i complici del misfatto si sarebbero potuti incontrare per scambiarsi le direttive sul da farsi, quindi contrastare l’azione di chi ancora cercava di capire che fine avesse fatto la ragazza. L’abitazione di Restivo, innanzitutto, di Eris Gega, di Eliana De Cillis, e lo studio di Don Mimì Sabia. Gli agenti della sezione anticrimine della Squadra mobile si sarebbero dovuti introdurre di nascosto nel tempio di via Pretoria per sistemare le “cimici”, lasciarle lì e sentire cosa ne veniva fuori, poi tornare e portarsele via. Nonostante gli elementi portati a sostegno di una richiesta di questo tipo, che per quanto contrastanti devono essere stati tanti e suggestivi, il gip ordinò l’archiviazione del fascicolo, e racconta bene Gildo Claps, nel suo libro testimonianza, la rabbia quando apprese quella notizia.
Per riaprire le indagini sarebbe occorsa una denuncia proprio da parte sua quando ad aprile del 1999 scoprì un messaggio inviato da Restivo su una casella di posta elettronica dove venivano raccolte segnalazioni sulla sorella. La Squadra mobile riuscì a sfruttare questo spunto per chiedere di nuovo gli strumenti che servivano per raccogliere nuovi indizi. Il 6 maggio Restivo veniva iscritto nel registro degli indagati, ma con l’accusa di omicidio e violenza sessuale. Sei giorni dopo partivano le intercettazioni. Soltanto dei telefoni però, per lui, Eliana De Cillis, Giovanni Motta Eris Gega e la famiglia Claps. Scomparse le microspie nelle rispettive abitazioni. Scomparso Maurizio Restivo e il parroco della chiesa della Santissima Trinità.

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