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Il COMMENTO
Padre Fedele non è un martire

Basilicata

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4 minuti 26 secondi

di EMILIO SIRIANNI
Caro direttore, mi è capitato diverse volte di occuparmi dell’incestuoso rapporto fra processo penale e media, un argomento sul quale gli spunti per riflettere sono innumerevoli e costante l’attinenza col quotidiano culturale, politico e sociale di questo estremo paese. Quest’insana relazione avvolge in infinite spire la “verità” -quel poco che agli uomini è concesso- e fra quelle spire è facile scorgere gli inconsapevoli cospiratori che fanno girare le ruote del noto baraccone: avvocati in cerca di pubblicità gratuita; questurini ansiosi di carriera; pubblici ministeri bramosi di fama; giornalisti cinici o impreparati o al soldo d’un capoccia ed una pletora di personaggi in continua cerca d’autore che fanno capolino da poltrone e sgabelli di set televisivi. Finisce che tentare una discussione pacata e documentata su di una vicenda processuale diviene impresa da far tremare le vene ai polsi. A livello locale, se possibile, la faccenda si fa ancora più complicata, perché a quelle insidie e quegli insidiatori, s’aggiungono pulsioni, diciamo così, prettamente territoriali. Fra esse, la fanno da padrone, proprio per la vicinanza fra luoghi dei media e territorio, la conoscenza o addirittura l’amicizia personale. Per quel cha da cittadino, seppure tecnicamente attrezzato alla bisogna, ho potuto constatare, alcuni di questi indigesti ingredienti sono stati adoperati anche nella “cucina” mediatica del processo a padre Fedele Bisceglie. Mancavano, per fortuna, altri e fra i più letali, perché, ad esempio, il pm inquirente era uno dei più riservati –oltre che tecnicamente preparati ed imparziali- che abbiano operato nella nostra città e perché non si ha notizia di spiffero alcuno fra gli stipiti degli uffici della Questura in cui furono condotte le indagini. Tuttavia, un paio di cose mi sono parse evidenti nella quasi totalità degli articoli comparsi su questo ed altri quotidiani: la malcelata (a volte non celata affatto) simpatia verso il frate istrione e benefattore (il “guerriero in tonaca”) e la sparizione del dramma umano della suora vittima. Su di essa sempre fugaci cenni, nulla di quel che ci si attenderebbe di leggere nella cronaca di un processo per stupro, per stupro reiterato ed anche di gruppo. Di solito è da qui che parte la cronaca, quella che si nutre, in primo luogo degli schizzi di sangue e fango, del dolore e della sofferenza, perché è lì che si cattura l’attenzione del lettore e poi, se si ha stoffa per tessere, si fa giornalismo, altrimenti si monta un plastico. Nel nostro caso, invece, quella donna è semplicemente scomparsa. Delle offese al suo corpo ed alla sua dignità, delle violazioni subite abbiamo letto solo velocissimi, quasi imbarazzati riferimenti; del doloroso percorso che accompagna sempre la denuncia dello stupro patito e che, in questo caso, per ragioni evidenti a chiunque, saranno state mille volte amplificate, nulla. E nulla ancora sulle sue consorelle che l’hanno accompagnata lungo questi aspri ed infiniti giorni, né sulle donne del Centro Lanzino che si sono strette intorno a loro, come a fianco di centinaia di altre, altrettanto violate, nei molti anni del loro agire a Cosenza. Sempre il prete tonante, il suo esprimersi teatrale, la lista dei suoi pretesi innumerevoli meriti ed accennato, a far capolino inquietante fra le righe, il temibile “complotto”. Quello che forse fa preveggente Franco Dionesalvi, che, nel suo intervento di ieri, preconizza “grosse sorprese” in appello e Cassazione. Insomma, so che Dionesalvi è poeta e non giornalista, ma davvero è uno sproposito quell’ìncipit che evoca in questa vicenda l’incedere della “macchina del fango” di Saviano, finalizzato alla, poi ottenuta, “cancellazione” del frate. Per macchina del fango si intende un certo numero di giornalisti ed operatori mediatici trasversalmente insediati in varie redazioni e strettamente collegati ai vertici del potere politico o economico, da quest’ultimo utilizzati strategicamente per colpire i veri o presunti nemici allo scopo di indurli all’impotenza o annientarne l’immagine pubblica. Spesso anche con la complicità di uomini degli apparati di pubblica sicurezza. Le munizioni possono essere sapienti manipolazioni di notizie vere (vedi l’apocrifo riferimento all’omosessualità, inserito nel rapporto di p.g. su Boffo dalla manina di Feltri); la creazione di veri e propri falsi scoop (le carte del governo dell’isola caraibica sulla casa del cognato di Fini); l’illecita apprensione di notizie coperte da segreto istruttorio ed il loro uso al fine di danneggiare o addomesticare nemici politici (la telefonata intercettata di Fassino su Consorte). Fedele Bisceglia è stato processato e condannato per reati gravissimi e particolarmente odiosi, come lo è sempre lo stupro, come lo sono particolarmente questi stupri. Non è stato travolto da nessuna “macchina del fango”, ma da un’accusa formulata da una Procura della Repubblica e da una successiva condanna pronunciata da un Tribunale della Repubblica. Le prove sono state raccolte secondo le regole di un processo penale che è da tempo oltre il più esasperato garantismo. Quell’illustre imputato non è stato affatto “impossibilitato a far valere le sue ragioni”, ma le ha fatte ben valere, assistito da un agguerrito collegio difensivo, in un processo che per durata ha superato quello al ghota di Cosa Nostra e, quindi, ha sviscerato ogni possibile elemento di prova. Esistono tre gradi di giudizio ed io che non sono preveggente come Dionesalvi, ne ignoro i possibili esiti. Una cosa, però mi sento di prevedere: ancora grande risalto per le ragioni e gli anatemi del frate ed ancora oblio per la dignità di quella donna.

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