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Il COMMENTO
Certezza del diritto in un sistema molto complicato

Basilicata

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di GIUSEPPE CRICENTI*
Statistiche di ogni genere e risma ricordano periodicamente quale infimo posto occupi l'Italia quanto ad efficienza del suo sistema di giustizia. Ciò che però dalle statistiche non emerge, è quale sia il livello di certezza del diritto che la giurisprudenza italiana è in grado di garantire al cittadino che lo chiede. Se ci fosse una statistica della certezza del diritto l'Italia occuperebbe quasi certamente un posto ancora più basso in fondo alla classifica mondiale. Si può certamente convenire sul fatto che una delle cause, forse la principale, di questa realtà è nella tecnica legislativa. Le leggi sono molte, contraddittorie, e scritte in modo poco chiaro, almeno nella maggior parte dei casi. Ma questo non giustifica i magistrati. Se il diritto diventa più difficile, chi è chiamato ad interpretarlo deve attrezzarsi di conseguenza. Se il magistrato di qualche decennio fa era abituato ad un diritto semplice, rispetto al quale era culturalmente attrezzato, quello contemporaneo non reagisce al complicarsi dei sistemi giuridici. Le differenti interpretazioni di una stessa legge sono all'ordine del giorno, e, nei casi di maggiore impatto sociale, balzano ormai evidenti alla pubblica opinione, la quale reagisce attribuendo ai magistrati la colpa di interpretare a loro piacimento la legge, anziché limitarsi ad applicarla. Ora, non v'è dubbio che non c'è un'algebra delle decisioni giudiziarie, che non c'è alcuna significativa differenza tra interpretazione ed applicazione della legge, e che una certa dose di discrezionalità è connaturale ad ogni atto interpretativo. Ma questo vale anche per i sistemi di giurisprudenza stranieri, che però non esibiscono l'imprevedibilità e l'incertezza proprie di quello italiano. Quali sono le ragioni di questo stato di cose? La magistratura italiana è oggi costituita da una pletora di pubblici funzionari, la cui cultura giuridica media è ampiamente inadeguata a fronteggiare la complessità cui è giunto il nostro sistema giuridico. Si vedono sempre più nuove reclute che hanno oltrepassato abbondantemente la trentina, e che, superato il concorso, generalmente smettono di studiare, applicazione che ritengono del tutto superflua. Quando, invece, più complesso e difficile è il diritto, maggiore deve essere il bagaglio culturale del giudice. Per contro, i laureati brillanti preferiscono ormai altre occupazioni , l'avvocato d'affari, il notaio, o carriere più comode e redditizie. Altrove, e non è solo il caso dei paesi anglo-americani, i giudici hanno voce in capitolo nella vita culturale del paese, ed i rispettivi sistemi di governo della magistratura incoraggiano e favoriscono l'immagine del giudice intellettuale. Scelta scontata, dal momento che il magistrato applica e maneggia concetti, che presuppongono studio e riflessione. In Italia accade il contrario. Il Csm accredita l'idea che per fare carriera non contano le qualità intellettuali, quanto piuttosto la consuetudine con questa o quella corrente, e gli effetti di questa prassi sono ormai da decenni sotto gli occhi di tutti. I più naturalmente si adeguano e scelgono la strada più sicura. Ormai non è più un fatto generazionale, prova ne sia che ad ogni ondata di uditori c'è chi pensa come prima cosa di cercarsi un santo protettore, ed i più anziani ricordano storiche campagne di reclutamento non propriamente basate sulla forza delle idee. Che fare? Oltre che aprire la magistratura agli studiosi (e non si dica che è già aperta, e che i docenti possono andare in Cassazione) da far entrare in modo allettante e massiccio, come è in Gran Bretagna, negli Stati Uniti (dove due importanti giuristi, Posner e Calabresi sono giudici di merito, oltre che professori) in Germania ed in Francia, urge una riforma del Csm, che lo liberi dai privati interessi delle correnti. Come? Semplice, sorteggiando i membri togati, anziché lasciare ai gruppi di gestire le elezioni, oppure sorteggiando tra un numero multiplo di eletti. E' da poco in libreria, del sociologo americano Bernard Marin, il saggio principi del governo rappresentativo, dove il metodo del sorteggio è suggerito, con buoni argomenti, addirittura per la scelta dei governanti. Se non si libera il Csm da interessi del retrobottega, il declino della magistratura sarà inevitabile.

*Giudice al Tribunale di Roma

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