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Il COMMENTO
Bravo Occhiuto, adesso blocchi la cementificazione

Basilicata

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di BATTISTA SANGINETO
La vita di una collettività si nutre di momenti e di fatti simbolici. Il desiderio, il progetto del sindaco Occhiuto, rivendicato con profondità e bellezza di argomenti, di abbattere il cubo di cemento dell’ex hotel Jolly non può essere trattato come un semplice atto amministrativo. Dovrebbe, e deve, rappresentare un nuovo inizio, specie nella regione del mare inquinato, degli abusi edilizi e degli orrori quotidiani della ’ndrangheta. Deve essere inteso come un nuovo modo di governare il territorio, un nuovo modo di guidare lo sviluppo del paesaggio urbano e rurale di questa città e di questa regione. Un paesaggio, rurale o urbano che sia, è l’immagine, lo specchio della regione e come tale presuppone, in coloro che vi lavorano, erigono costruzioni, ne modificano e ne addolciscono il volto un’intima partecipazione al diritto di goderne, di gioirne e di apprezzarne la bellezza. La devastazione della gran parte del paesaggio e delle città calabresi è la dimostrazione che il riconoscimento e la produzione della bellezza sono attività che i calabresi, i cosentini non hanno esercitato, compreso ed interiorizzato da troppo tempo. Il sindaco Occhiuto, “rara avis” fra i politici calabresi, ha compreso che con la scomparsa delle città antiche e dell’antico paesaggio della Calabria è stato scardinato un fondamentale nesso psicologico di identità. In un’epoca nella quale i valori estetici tendono a essere antifunzionali e antieconomici perché di ostacolo all’efficienza e alla misurabilità economica, mi stupisce favorevolmente che un sindaco rivendichi il valore della bellezza come risorsa sociale che può (e non deve) diventare, nel medio e nel lungo periodo, anche risorsa economica sotto forma di turismo. Le nostre città, i nostri luoghi sono stati costruiti nel corso dei secoli addomesticando la natura, cercando di rendere meno difficile la fatica degli uomini e, quasi sempre, costruendo edifici e infrastrutture adatti e armonizzati ai luoghi. Le città e i paesaggi potevano e dovevano essere anche esteticamente godibili, belli e attraenti perché il riconoscimento e la costruzione della bellezza costituiscono, per la psicanalisi, la comprensione profonda della varietà e interdipendenza di ciò che ci circonda: affetti, legami parentali, case, strade, chiese e paesaggio. L’incapacità di distinguere, e di produrre, la bellezza è, dunque, una condizione patologica della psiche, quella individuale e quella collettiva. I calabresi, i cosentini hanno prodotto e vivono nella bruttezza, non ci fanno più caso, continuano ad erigere imponenti quanto inutili palazzi, a cementificare ogni collina come quelle all’uscita dell’autostrada, a costruire case fra altre case separate da anonime e strette vie. L’architettura e la posizione geografica dell’ex-hotel Jolly non sono altro che il concentrato della versione americana corriva di questa incapacità – ormai costitutiva della coscienza collettiva calabrese – di riconoscere l’armonia della forme. Il sol fatto che si voglia abbattere un “palazzo” per far posto ad una “piazza” trovo che sia una volontà, pasolinianamente, straordinariamente democratica (la “platea” romana come le piazze rinascimentali) e dotata di antica e consapevole bellezza. Come ho già avuto modo di scrivere, l’abitudine alla bruttezza, invece, genera disarmonia, incuria e disordine, incapacità di distinguere il bello dal brutto, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto. La bruttezza produce assuefazione all’assenza di regole estetiche e morali, genera una immoralità diffusa e, in Calabria, ’ndrangheta. La demolizione dell’ex hotel Jolly non si trasformerà in una inutile rappresentazione simbolica se il sindaco la tradurrà in immediate azioni amministrative e politiche che impediscano che vengano colati altri milioni di metri cubi di cemento sulla nostra città. Il sindaco dovrebbe, conseguentemente alle cose che ha scritto, imporre il blocco totale, per almeno una generazione, dell’edilizia residenziale e commerciale (quegli orrendi non-luoghi che si chiamano centri commerciali) a Cosenza. Dovrebbe permettere, è ovvio, che si proceda ancora per quella parte che è stata approvata e prevista nel Prg, ma con il pieno rigoroso rispetto delle regole edilizie, garantite e sorvegliate da tutti gli organi comunali e sovracomunali. Non dovrebbe più rilasciare licenze edilizie, tenuto conto del fatto che la città ha 65.000 abitanti e i vani già costruiti sono sufficienti per 160.000. A chi, o a cosa, servirebbero altri edifici, altri palazzi, altro cemento? Per ripristinare un minimo senso del bello occorre fermare, come primo atto, il forsennato e dissennato consumo del territorio a scopo di profitto. Solo in questo modo, a mio parere, si porrebbe un rimedio definitivo all’eclissi del centro storico, solo in questo modo si potrebbe far rivivere quel luogo, come auspica Occhiuto. Gli imprenditori – mi rendo conto che l’edilizia è praticamente l’unica industria di un qualche rilievo in questa città – dovranno in tal modo necessariamente riconvertirsi alla ristrutturazione e alla riqualificazione dell’esistente, con enorme giovamento sia del centro storico e del centro cittadino, sia, ne sono certo, delle imprese medesime che trarrebbero maggiori profitti dalle suddette attività produttive, atteso che per esse è più conveniente ristrutturare che costruire “ex novo”. L’architetto Occhiuto è certamente in grado di studiare e mettere in atto una serie di misure, in accordo con le leggi e con gli aiuti comunitari, che incentivino generosamente tale riconversione produttiva. Un sindaco dovrebbe sentire – e sono favorevolmente impressionato dalle parole di Occhiuto che dicono di sentirla – la responsabilità di costruire non solo le strutture e le infrastrutture materiali per rendere efficiente la città, ma dovrebbe avere, soprattutto, la responsabilità di ricostruire le strutture e le infrastrutture immateriali di quella identità individuale e collettiva che a Cosenza manca, consapevole che essa è frutto della storia, remota e recente, di una comunità che si è formata, quantitativamente, in maniera tumultuosa a partire dal secondo dopoguerra. È proprio con questo genere di atti e di indirizzi della pubblica amministrazione che si formano “i cittadini” e si crea il senso di appartenenza ad un consesso civile. Una comunità, una città per le quali la “redditività” del patrimonio storico non risieda nella sua commercializzazione e neanche nel turismo che esso produce, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione, di cittadinanza. Il compito precipuo che deve svolgere il patrimonio culturale è, infatti, quello di risvegliare nell’anima dei cosentini e dei calabresi la capacità di riconoscere la bellezza insieme alla piena consapevolezza dell’importanza che hanno il proprio passato ed i valori simbolici ad esso collegati. Se questi progetti di abbattimento insieme ad un fervore di lavori di ristrutturazione pubblici e privati del centro antico andranno in porto, i turisti, il sindaco Occhiuto che è uomo di mondo lo sa, verranno numerosi ed entusiasti.

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