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Crisi e clientelismo,
al Don Uva c'è posto

Basilicata

Assunti la moglie dell’autista di De Filippo e i figli del direttore sanitario e del primario

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POTENZA - C’è una porticina stretta al Don Uva di Potenza. Una porticina attraverso la quale - mentre il centro di riabilitazione privato è quasi al collasso, ormai a rischio sopravvivenza senza rapidi e significativi interventi - qualcuno pure riesce a entrare e a guadagnarsi il suo posto. Alla faccia del debito accumulato negli anni, quantificato in oltre 300 milioni di euro. E in spregio alle proteste e ai sacrifici dei circa 400 dipendenti che si susseguono da mesi. Per il personale “storico” dell’istituto privato fondato nel ‘54, una volta ospedale psichiatrico, oggi centro di riabilitazione, il regolare pagamento dello stipendio a fine di ogni mese è diventato una scommessa. I soldi per loro non ci sono. Per gli ultimi arrivati invece sì. Sembra un assurdo ma è proprio così: il Don Uva assume. Sono educatori, operatori sanitari ma anche personale amministrativo. E guarda caso hanno cognomi ben conosciuti. Tra le recenti assunzioni, a esempio, c’è la figlia del direttore sanitario di struttura, Vincenzo Mori, entrata come educatrice professionale. Meno recente, invece, è l’ingresso della moglie dell’autista del presidente De Filippo, Donatina Summa, assunta come coadiutore amministrativo. E’ tirocinante ma già a settembre dovrebbe guadagnarsi il posto fisso il figlio del dottor Pieroni, primario responsabile dei servizi diagnostici, che al suo pensionamento ha pensato bene di far subentrare qualcuno di famiglia. Nessun limite di legittimità: il centro di riabilitazione ha natura privata e come tale può procedere a nuove assunzioni per chiamata diretta, senza renderne conto a nessuno. Qualche dubbio di opportunità invece si pone. Non è certo un bel segnale per i dipendenti costretti a stipendi in ritardo e dimezzati e senza alcuna prospettiva certa per il futuro. Ed evidentemente non è neanche una scelta sana per la struttura sanitaria le cui possibilità di sopravvivenza rimangono ora legate a una sorta di moratoria inserita nel decreto Milleproroghe che bloccherebbe, almeno per un periodo, il debito che il centro di riabilitazione ha accumulato nei confronti di Erario e Inps. A patto che tutto avvenga in tempi rapidi, pena lo schianto definitivo. Con tutte le conseguenze che ne avrebbe il territorio a cui il centro, con i suoi 514 posti letto garantisce i servizi di Unità Azheimer, centri di riabilitazione intensiva e estensiva, centro diurno polivalente, residenze sanitarie e centro socio sanitario di riabilitazione. In questo scenario drammatico le nuove chiamate finiscono per compromettere ancora di più il difficile equilibrio economico del centro. E’ vero che in alcuni casi, e solo in alcuni casi, si tratta di assunzioni rese necessarie dalla carenza di organico, per coprire vuoti venutisi a creare per pensionamenti e decessi. Ma in questo modo il buco nelle casse dell’ istituto continua a crescere, senza che per altro ci sia un vero programma di rilancio del centro né tanto meno una corretta pianificazione dell’utilizzo risorse umane. E’ quanto hanno lamentato anche i sindacati: nessun coinvolgimento nella definizione di piano organico di razionalizzazione e valorizzazione delle risorse interne. Ovvero: prima di chiamare qualcuno da fuori – data la difficile situazione economica – sarebbe stato più opportuno guardare all’interno e verificare se quelle funzioni potessero essere svolte dal personale già in organico. Che poi i “fortunati” neo assunti nella struttura - che, seppur privata, riceve comunque finanziamenti pubblici - siano stati inseriti dalle lunghe braccia della politica è la solita questione di opportunità che lascia spazio alle interpretazioni. Come quella che ha dato l’attuale assessore all’Ambiente ed ex primario del Don Uva, Agatino Mancusi, alla nomina del figlio a consigliere d’amministrazione del centro. Alla notizia diffusa dal Quotidiano l’ assessore aveva precisato che si tratta di carica per la quale non è previsto compenso e slegata da logiche politiche, nonostante fosse arrivata proprio nel corso della campagna elettorale. «E’ tempo di stringere la cinghia», aveva detto l’assessore. Ma fino a ora sembra che l’abbiano fatto solo i dipendenti.

Mariateresa Labanca

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