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Quinta mafia, Cossidente verso la libertà

Basilicata

Il boss pentito è in carcere da ventuno mesi, potrebbe essere trasferito in una località segreta

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POTENZA - Potrebbe essere scarcerato nelle prossime ore il boss pentito dei basilischi, Antonio Cossidente, collaboratore di giustizia da qualche settimana, dopo i sei mesi appena trascorsi a riempire centinaia di pagine di verbali in gran parte ancora secretati.
Ieri mattina davanti ai giudici del Riesame sono comparsi i suoi legali. Elminia Latella e Gianluca Rossi hanno chiesto di annullare la decisione del collegio del Tribunale, che aveva prorogato la scadenza dell’ordinanza di misure cautelari eseguita a febbraio dell’anno scorso nei confronti degli uomini dei due clan generati dalla scissione della vecchia “famiglia basilisca”. Per la Direzione distrettuale antimafia di Potenza era presente il pm Francesco Basentini che ha raccolto le prime dichiarazioni di Cossidente, a Ottobre dell’anno scorso, e ha espresso parere favorevole.
Se accolto, l’appello dei legali potrebbe significare l’immediata liberazione di Cossidente, che risulta ancora detenuto nella sezione speciale per collaboratori di giustizia del carcere di Ariano Irpino. A meno di sorprese il boss pentito non dovrebbe fare ritorno a Potenza. In casi come questo il programma di protezione concordato con gli uffici del ministero di via Arenula prevede l’adozione di una nuova identità e il trasferimento in una località segreta, oltre a una serie di benefici economici.
Cossidente è in carcere dal 23 novembre del 2009, quando è scattato il blitz degli uomini dell’Arma ai comandi del capitano Antonio Milone contro le infiltrazioni della mala nel Potenza sport club di Giuseppe Postiglione. Il patron dei rossoblù era finito in manette col direttore sportivo della società più altri sei, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva, violenza privata e intimidazioni varie. Davanti al giudice dell’udienza preliminare le imputazioni si sono aggravate ed è spuntato il 416bis. Nel frattempo gli investigatori hanno messo a segno un altro colpo, questa volta con la collaborazione della divisione anticrimine della Squadra mobile di Potenza: 10 arresti tra il capoluogo e il vicino paese di Pignola, dove un gruppo minacciava di subentrare con la forza negli affari del boss. Il contrasto era nato dopo la scoperta dei suoi colloqui con un agente del Sisde, Nicola Cervone - alias “Nikeo” -, lo stesso che otto mesi fa è finito in carcere con l’accusa di calunnia ai danni del pm Henry John Woodcock (in servizio a Potenza fino a settembre del 2009). Lo 007 lucano si era guadagnato in qualche modo la fiducia di Cossidente, che aveva accettato di collaborare con i servizi registrando alcuni interrogatori sull’organigramma del clan e i suoi referenti calabresi. Quei nastri sarebbero arrivati negli uffici della Direzione distrettuale antimafia, ma una volta davanti ai magistrati il boss avrebbe fatto marcia indietro. Qualche mese dopo le trascrizioni sarebbero entrate in un processo. La notizia avrebbe fatto in breve il giro delle carceri. Alessandro D’Amato, il killer pentito del ramo melfitano della “famiglia”, ha raccontato agli investigatori che da Pignola Saverio Riviezzi avrebbe chiesto ai padrini dell’Aspromonte “lumi” sul da farsi. I saggi della ‘ndrangheta non si sarebbero espressi perchè quei fogli non erano firmati, ma da quel momento in poi i rapporti tra pignolesi e potentini si sono compromessi. Qualcuno aveva già messo mano alle armi. Si parlava di attentati e intanto uscivano le prime indiscrezioni sui supertestimoni che avevano svelato la trama della calcio-connection tra sport e malavita all’ombra dello stadio Viviani. Cossidente riparò a Nola, ed è lì che sono andati a prenderlo i carabinieri. Destinazione: Ariano Irpino poi Bad’e Carros, una delle carceri peggiori d’Italia.
La decisione di collaborare con la giustizia sarebbe maturata così ai primi di ottobre. Da allora il boss pentito è tornato a Potenza due volte perchè ha chiesto di «guardare in faccia» i suoi vecchi “compari” mentre li accusava dal banco dei testimoni. Ha parlato di quei colloqui con il Sisde e delle contropartite che gli erano state promesse, per sè e per gli uomini del clan: amicizie e processi aggiustati. Ha ammesso che il suo gruppo gestiva lo spaccio di cocaina in città e reinvestiva gli utili nelle casse del Potenza sport club. Ha fatto i nomi di polici che hanno avuto sostegno elettorale in cambio di favori, assunzioni di comodo e così via. È partito dall’inizio, dalle rapine, come quella da un miliardo delle vecchie lire alla Carical di Potenza. Poi quand’era cuoco nel carcere di Betlemme a Potenza e ha conosciuto Gino Cosentino, alias “faccia d’angelo”, uomo d’onore riconosciuto del clan Facchineri di Cittanova, e hanno deciso di creare una “famiglia” tutta lucana. L’omicidio di Pinuccio Gianfredi, e la morte per errore di sua moglie Patrizia Santarsiere. A Potenza gli hanno creduto. A Salerno ancora non si sa.

lama

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