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Quinta mafia, Cossidente resta in galera.

Basilicata

Inammissibile la richiesta dei legali. Niente sconti: il Riesame rinvia la data della scarcerazione

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POTENZA - Un vizio di forma. Sarebbe questo il motivo per cui il collegio del Tribunale del riesame ha rigettato ieri mattina l’appello presentato dai legali del boss pentito dei basilischi, Antonio Cossidente, collaboratore di giustizia al centro delle inchieste più importanti della Direzione distrettuale antimafia di Potenza. Ma non solo.
Gli avvocati Elminia Latella e Gianluca Rossi potrebbero presentare oggi stesso una nuova richiesta per impugnare la decisione del collegio del Tribunale, che ha deciso di protrarre i termini di scadenza dell’ordinanza di misure cautelari eseguita a febbraio dell’anno scorso. L’inchiesta è quella sulla faida tra gli uomini dei due clan nati dalle ceneri della vecchia “famiglia basilisca”.
Irrilevanti, almeno fin’ora, le dichiarazioni rese da Cossidente, che gli sono valse soltanto il trasferimento nella sezione speciale per collaboratori di giustizia del carcere di massima sicurezza di Ariano Irpino, nonostante il parere favorevole alla sua liberazione già espresso dal pm Francesco Basentini della Direzione distrettuale antimafia di Potenza.
Cossidente è in carcere dal 23 novembre del 2009, quando è scattato il blitz degli uomini dell’Arma ai comandi del capitano Antonio Milone contro le infiltrazioni della mala nel Potenza sport club di Giuseppe Postiglione. Il patron dei rossoblù era finito in manette col direttore sportivo della società più altri sei, con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla frode sportiva, violenza privata e intimidazioni varie. Davanti al giudice dell’udienza preliminare le imputazioni si sono aggravate ed è spuntato il 416bis.
Nel frattempo gli investigatori hanno messo a segno un altro colpo, questa volta con la collaborazione della divisione anticrimine della Squadra mobile di Potenza: 10 arresti tra il capoluogo e il vicino paese di Pignola, dove un gruppo minacciava di subentrare con la forza negli affari del boss. Quel contrasto che stava per sfociare in una faida vera e propria, era nato dopo la scoperta dei suoi colloqui con un agente del Sisde, Nicola Cervone - alias “Nikeo” -, lo stesso che otto mesi fa è finito in carcere con l’accusa di calunnia ai danni del pm Henry John Woodcock. Non si è mai capito bene come ma lo 007 lucano, indagato a Catanzaro assieme ad alcuni magistrati di Potenza nell’inchiesta soprannominata “Toghe lucane bis”, si dev’essere guadagnato la fiducia di Cossidente. Il boss aveva accettato di collaborare con i servizi registrando alcuni interrogatori sull’organigramma del clan e i suoi referenti calabresi. Quei nastri sarebbero finiti negli uffici della Direzione distrettuale antimafia, all’epoca guidata dai pm Felicia Genovese e Francesco Montemurro, ma una volta davanti ai magistrati Cossidente avrebbe fatto marcia indietro. Qualche mese dopo le trascrizioni sarebbero entrate nel fascicolo dell’accusa di un processo che si stava svolgendo a Potenza. Il Tribunale non le avrebbe mai ammesse, ma intanto la notizia era arrivata dai diretti interessati. Alessandro D’Amato, del ramo melfitano della “famiglia”, ha raccontato agli investigatori di essere sceso a Potenza per chiedergli conto di persona di quella storia mentre Saverio Riviezzi da Pignola avrebbe chiesto ai padrini dell’Aspromonte “lumi” sul da farsi. I saggi della ‘ndrangheta non si sarebbero espressi perchè quei fogli non erano firmati, ma da quel momento in poi i rapporti tra pignolesi e potentini si sono compromessi.
Qualcuno aveva messo mano alle armi. Si parlava di attentati e intanto uscivano le prime indiscrezioni sui supertestimoni che avevano svelato la trama della calcio-connection tra sport e malavita all’ombra dello stadio Viviani. Cossidente riparò a Nola, ed è lì che sono andati a prenderlo i carabinieri. Destinazione: Ariano Irpino poi Bad’e Carros, una delle carceri peggiori d’Italia.
La decisione di collaborare con la giustizia sarebbe maturata così ai primi di ottobre. Da allora il boss pentito è tornato a Potenza due volte perchè ha chiesto di «guardare in faccia» i suoi vecchi “compari” mentre li accusava dal banco dei testimoni.
Ha parlato di quei colloqui con il Sisde e delle contropartite che gli erano state promesse, per sè e per gli uomini del clan: amicizie e processi aggiustati. Spunti per l’indagine di Catanzaro. Ha ammesso che il suo gruppo gestiva lo spaccio di cocaina in città e reinvestiva gli utili nelle casse del Potenza sport club. Ha fatto i nomi di politici che hanno avuto sostegno elettorale in cambio di favori e assunzioni di comodo, imprenditori e così via. E ha ammesso di essere il responsabile dell’omicidio di Pinuccio Gianfredi, e della morte -per errore- di sua moglie Patrizia Santarsiere. Un caso che è finito a Salerno dopo le dichiarazioni di un altro collaboratore di giustizia, Gennaro Cappiello, lo stesso che aveva detto che il corpo di Elisa Claps era stato murato nel cantiere delle scale mobili di Potenza. In entrambi i casi Cappiello aveva accusato il marito del pm Felicia Genovese, e in entrambi i casi è stato smentito, ma nel polverone delle “Toghe lucane” tutto è tornato a galla condito dai veleni del Palazzo di giustizia. Secondo Cossidente, Cappiello è un calunniatore. Ma alla soluzione del giallo manca ancora qualcosa.

lama

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