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Intervista a Di Consoli:
"Sogno una rivoluzione fatta dai vecchi"

Basilicata

Tempo di lettura: 
14 minuti 21 secondi

di PARIDE LEPORACE
DI Consoli, quest’estate non mi hai affidato un reportage, un’inchiesta, uno scavo culturale che apra una finestra. Non lesini impegno e belle pagine invece per i giornali nazionali per cui scrivi. Perché non vuoi più scrivere della Basilicata?
«Stanotte, per dirti, non riuscendo a prendere sonno, mi sono riletto alcune pagine dell’antropologo Bronzini. E l’altro giorno ho fatto carte false per avere tre numeri della “Rassegna storica lucana”. Della Lucania tendo a studiare pagine dimenticate e marginali, e ovviamente leggo la cronaca. Per non dire delle telefonate. Ogni giorno tanti amici della Lucania mi chiamano per mettermi a parte di un’idea, di un problema, di un malumore. Certo, tutto questo stride con il mio disimpegno, con il fatto che a un certo punto ho deciso di non scrivere più di Lucania. E vuoi sapere perché l’ho fatto? Perché avevo bisogno di disintossicarmi, di purificarmi. Il malgoverno lucano e le tante ingiustizie mi stavano ossessionando, la rabbia e il disprezzo mi stavano soperchiando. Ma con il sangue amaro non si fa niente di buono, e perciò mi sono detto che avevo bisogno di staccare, di mettermi alla finestra, di rasserenarmi, di non farmene una malattia. Quando penso alle facce di chi ci governa, purtroppo, mi sale il sangue alla testa, divento aggressivo, violento. La cosa bella è che solitamente sono una persona mite, ragionevole. Solo la politica lucana mi fa questo effetto, perché detesto i parvenu, i macellai arricchiti, e poi quelli che hanno bisogno di avere dei servi per sentirsi più forti».
Un pessimismo insolito per un intellettuale impegnato come te. Chi scrive, pensa, legge, ha anche il dovere del donchisciottesco e dell’isolamento scomodo. Oppure inconsapevolmente vuoi esser Cincinnato per essere acclamato alla battaglia delle idee?
«Il mio sistema valoriale parte dalla centralità della morte. Solo la consapevolezza della morte e della fragilità umana crea il sentimento della fraternità. Chi non ammette il valore conoscitivo della morte, per me è capace di qualsiasi crimine. Sono perciò un pessimista? Diciamo che vado a fasi alterne, e dipende da che punto di vista guardo la realtà. Sono certamente un viscerale, e cambio idee molto spesso, ma su alcune cose sono molto rigido: sull’onestà intellettuale, sulla centralità del lavoro e dello studio, sul vivere di poco e, soprattutto, sul non avere bisogno, per stabilire che esisto, che le masse mi applaudano. Mi ossessiona l’idea che la gente, come diceva Gadda, viva solo di erotìa e di interesse, ovvero di sesso e di bisogni materiali. Gli applausi mi disturbano. Non stimo le masse. Le detesto, a differenza di tanti capipopolo che sono drogati di consenso popolare. E’ il motivo per cui non potrei mai fare politica, pur avendone intimamente la tentazione. La sola idea di dovermi fingere scemo pur di avere un voto, mi farebbe uscire di testa».
In effetti quest’insolita intervista vuole essere un escamotage per farti parlare della Basilicata di oggi e magari trovare nuovi spunti d’indagine per il nostro giornale. Tutto sommato la tua regione ha delle virtuosità. E’ l’unica regione non afflitta dalla criminalità organizzata in modo soffocante. I conti della sanità sono messi meglio che in altre regioni. La qualità della vita, che io non misuro nel Pil, è discretamente buona. Perché vedi tutto nero tra Lauria e Metaponto?
«Non vedo tutto nero, e lo sai bene, e so benissimo quali sono i lati belli della mia terra. Ma c’è una malattia, in Lucania, che solo uno scrittore può vedere, e che la politica è incapace di interpretare, finanche esteticamente, e la cosa mi disturba non poco. Sono d’accordo con te che il Pil non dice niente della vita reale delle persone. Ma ti sembra serena, la gente di Lucania? Non la senti anche tu la malinconia, la rabbia, il rancore, la frustrazione, una crescente distruttività? La gente o è ammalata di potere, oppure si fa da parte, si chiude in un mutismo risentito, ai limiti dell’autismo. Per non parlare di chi va via, e non torna mai più. Ti sembra una terra normale, questa? Dimmi Paride, ti sembra così felice la Lucania? In giro ci sono persone che vivono di poco, quasi di niente, e poi ci sono questi satrapi insopportabili che per un voto sono disposti a vendere la propria madre. Non c’è nemmeno più la religiosità di una volta. Anche Dio li lascia indifferenti. Tutto li lascia indifferenti, se non il misero interesse personale, o il rancore verso tutto e tutti. I lucani stanno diventando irriconoscibili. Nonostante questo, io li amo, i lucani. Li amo di un amore pieno di disprezzo».
Il tuo pessimismo è molto politico. Di recente hai cenato con il governatore De Filippo di cui non apprezzi solitamente l’operato. L’incontro conviviale ti ha indotto a rivedere alcune tue posizioni?
«No, assolutamente no. Ma gli ho detto alcune cose che pensavo. Vuoi sapere cosa gli ho detto? Ebbene, ho il dovere di dirtelo, perché non posso tacere la verità. Gli ho detto che se vuole diventare un esponente di rilievo nazionale del Pd, deve avere coraggio. E per dimostrare coraggio, gli ho detto, deve chiudere politicamente “Toghe lucane”, lo scempio giudiziario-mediatico che tutti conosciamo, e che inficia, con i suoi ricatti e le sue reticenze, la stessa politica lucana di oggi. Mettiamola così: se De Filippo penserà in grande, secondo me farà grandi cose, a condizione che sappia osare e rischiare; se invece rimarrà imbrigliato in logiche di potere paesano, allora sarà condannato a un destino di terza fila. Ho fiducia ma, finché non vedo, non credo. Aggiungo che De Filippo ha una moglie molto simpatica e intelligente».
Sei molto pentito del tuo appello pubblico a votare e far votare Vincenzo Folino? Che delusione hai maturato? Tutto sommato interpreta una figura istituzionale che può limitarsi ad atti simbolici. Di recente e pubblicamente si è anche dichiarato estraneo alle lottizzazioni.
«Sì, un po’ mi sono pentito. Perché ha dimostrato di pensare ancora che la politica si debba fare con i tatticismi, con le imboscate, con i silenzi calcolati. Ma la politica sta cambiando rapidamente, e sta ponendo la classe dirigente di fronte a responsabilità nuove e urgenti. L’autoreferenzialità della classe politica si sta sgretolando, e anche una certa tracotanza di casta è messa in serio pericolo dalla rabbia dell’elettorato. A me comunque, in generale, piacciono le persone coerenti, quelle che sanno perdere qualcosa per gli altri, per un’idea, per un principio. Folino, invece, non è disposto a rischiare niente, e si crogiola nel solito gioco delle tre carte. E’ diventato presidente del consiglio regionale e, da quel momento, è diventato muto, anzi, si è anche improvvisato intellettuale. Non era lui quello che doveva rinnovare il centrosinistra lucano? Che si era dimesso a fare, a suo tempo? Ora, io capisco la realpolitik, però la capisco a una condizione: che non si predichi in privato la morte ai corrotti, e poi in pubblico si ostenti una imbarazzante lingua di legno. Si abbia almeno il pudore del silenzio, perché se predichi la guerra, poi la guerra la devi fare».
Questa vicenda di Folino ti è costata anche una reprimenda del senatore Bubbico, persona con cui hai sempre tenuto un forte dialogo culturale e politico. Al di là della difesa d’ufficio che il senatore doveva a Folino, come spieghi questa tua frattura?
«Lo considero ancora il miglior politico lucano, per capacità e intelligenza concreta, ma con Filippo il dialogo è ormai spezzato. Ha deciso per realismo e per prudenza di tenere un basso profilo, di non intervenire sugli aspetti più scottanti della realtà lucana. Ha deciso di sopravvivere, diciamo così. Rispetto questa scelta, ma non la condivido. Bubbico ha deciso, e magari ha ragione lui, di lavorare per la conservazione di un sistema politico che io considero sbagliato. Ho fiducia in un suo ritorno in campo, ma finché se ne starà così in silenzio, il suo ruolo sarà per forza marginale. Spero solo che il suo silenzio non sia dettato dalla paura. La paura sarebbe imperdonabile, soprattutto se sai che ci sono persone che credono in te, che si aspettano un tuo impegno, non solo concreto, ma anche politico, direi addirittura sentimentale. Perché la Lucania ha anche bisogno di vere parole d’amore. E tutti le stiamo aspettando, queste parole. E se queste parole non le dirà Bubbico, sicuramente le dirà qualcun altro».
Non ti sarà sfuggita la campagna di denuncia del Quotidiano, in linea con tutta la stampa nazionale, sui costi e i nepotismi offensivi della politica. Non vorrei aggiungere legno al tuo falò, ma a tuo parere perché in Basilicata ci s’indigna molto poco e la critica resta ad appannaggio di singole persone che guidano organizzazioni molto minoritarie?
«Sai perché i lucani non si indignano? Perché nella loro testa un politicante vagabondo e ignorante che prende diecimila euro al mese senza avere nemmeno un mestiere è un genio assoluto. Il lucano lo ammira, perché è uno che è riuscito a fottere la vita. Poi, se potesse, il lucano prenderebbe il posto suo. I lucani hanno un rapporto malato con i soldi e con il potere. Si vergognano della povertà, ecco la vera miseria dei lucani! Ed è per questa ragione che chi ostenta pacchianerie per loro diventa un eroe. A me l’antipolitica non piace, ma qui si sta superando ogni soglia di decenza. Però è inutile combattere: il lucano ammira i lestofanti, magari li critica in privato, e si fa rodere il fegato dal risentimento, ma poi li ammira, perché sono riusciti a debellare la povertà, a fottere la miseria. I lucani temono la povertà, che io invece considero qualcosa di molto dignitoso, quasi sacro».
Siamo al tema del consenso che a te spesso sfugge. I lucani non hanno mai bocciato questo modello di governo molto cattocomunista e consociativo. Evidentemente ancora garantisce benessere ad una maggioranza che forse contempla anche le minoranze.
«Paride, sai bene anche tu come stanno le cose. Il consenso a questo centrosinistra è garantito da uno zoccolo duro di 15mila impiegati lucani dello stato e del parastato che lavora sul territorio per garantire lo status quo. E bada bene: in queste 15mila persone ce ne sono tantissime che sono di centrodestra. E’ il potere di una piccolo-borghesia gretta e avida che vive sulla spesa pubblica, e che riesce a controllare il consenso paese per paese. E’ una politica paternalistica, che promette favori e raccomandazioni. A me non indigna la raccomandazione in sé. A me indigna il millantare una raccomandazione che si sa in partenza che non si potrà dare. E poi scusa, dov’è l’alternativa a questo centrosinistra? Nel centrodestra di un felice perdente come Pagliuca? Nelle stucchevoli ambiguità di un Belisario? Chi dovrebbero votare, i lucani, Magdi Allam, la cui discesa in Lucania è stata una delle pagine più assurde e finanche comiche della nostra storia? Dai Paride, non se ne esce, è un deserto».
Perché l’opinione pubblica lucana è così gracile? Si comprano pochi giornali, anche se sono molto letti, e nel dibattito pubblico si preferisce l’anonimato. Persino un ex consigliere regionale ci ha chiesto di firmare un intervento “lettera firmata”. Come lo spieghi?
«Perché i lucani sono atei, sono nichilisti. Per loro non serve a niente informarsi, migliorare il mondo. Loro non credono in niente che non sia la propria pancia, il benessere proprio e dei propri famigliari. Per loro non è importante avere fretta, fare le cose, tanto è tutto inutile, le cose non cambieranno mai, si deve pur sempre morire. E intanto si rimanda tutto a domani, a dopodomani, a mai. Il guaio dei lucani è che sono stati sempre atei, epperò molto superstiziosi. Per loro Dio è soltanto un politico più grande al quale sottomettersi e al quale chiedere favori, grazie e protezioni. Però chi non crede in Dio non crede nel domani, e quindi non pianta un albero, non si occupa degli altri. Leggere i giornali significa cercare gli altri, cercare la loro parola, la loro testimonianza, le loro idee. In Lucania, invece, non ci si fida di nessuno, e gli altri sono solo esseri che pensano agli affari propri. Nella testa del lucano c’è l’idea che se qualcuno scrive qualcosa, lo fa per interesse personale. Hai capito che aberrazione? E questa sfiducia nasce da un deserto interiore di tipo spirituale. La stessa famiglia, in Lucania, non nasce da un sentimento religioso, ma dalla paura, dall’esigenza di farsi un nido dove poter stare al sicuro. Il mondo, per i lucani, inizia e finisce nella propria camera da letto. Aggiungo che anche i preti dormono. Che fanno i preti in Lucania? Dicono messa e poi si fanno la pennichella. Ce ne fosse uno con un’anima grande, con carisma, con una sua generosa follia, fradicio di bontà. Sono tutti diventati degli impiegati del Verbo. Quando li vedo, capisco perché nessuno vada più a messa. Sono delle anime morte, i preti che circolano oggi in Lucania».
Però i letterati lucani hanno buoni risultati. Anche tu hai accettato un giubileo organizzato a Roma, cui hai giustamente partecipato. Cappelli, tu, Lupo, Venezia, Nigro, per dire i principali, state scrivendo le pagine della Basilicata postmoderna confrontandovi a mio pare con la tradizione. Culturalmente mi sembra positivo.
«Questo è certamente positivo. La storia della letteratura lucana è una grande storia. Ne vado orgoglioso. Sono i nostri gioielli di famiglia».
Hai speranza nei giovani di talento che emigrano dalla Basilicata? Hai un buon dialogo con i giovani che operano nella tua regione? Di solito sono i giovani a cambiar le cose.
«Alla larga dai giovani lucani! Tutti annebbiati da sogni illusori, sogni stupidi come fare gli attori, i registi, gli scrittori, i giornalisti, i grafici, i pubblicitari, gli organizzatori di eventi culturali, i maledetti creativi. Salvo non avere un briciolo di talento. Nessuno che voglia più lavorare sul serio, maledizione! Basta andare a Matera nottetempo in un qualsiasi pub: le ragazze sembrano veline, e i ragazzi assomigliano a piccoli Briatore. Scene patetiche. Oppure, al contrario, tutti in attesa di un favore dalla politica, di una prebenda. Sono la parte più reazionaria della società lucana, i giovani, altro che cambiamento, e so che tu la pensi diversamente da me. Ho però sempre pensato che saranno gli anziani a cambiare le cose in Lucania. Solo chi ha molto vissuto, e può finalmente amare senza condizionamenti la propria terra, può pensare di spendersi per gli altri, di lanciare un grido di dolore generoso e disinteressato per questa terra spartita a sorte da quattro mediocri. Ho fiducia nei vecchi, nella cui anagrafe mi iscrivo di diritto. Sogno una grande rivoluzione fatta dai vecchi».
Parliamo di giustizia in Basilicata. Ho letto di recente sul blog del Partito radicale un’intervista a Don Cozzi che mi è sembrato reclamasse scuse da parte nostra, ma non ho capito perché. Per festeggiare laicamente il tuo ritorno alla parole sul Quotidiano posso chiederti di ripeterci qualche anomalo comportamento di queste strane vicende?
«A Don Marcello Cozzi consiglierei la lettura dell’ultimo saggio di Franco Cassano, “L’umiltà del male”. Perché non solo non credo al ritratto fantasioso che lui fa della nostra terra, ma credo fermamente che sia sbagliato il tono da spietato inquisitore che spesso adotta. Ha detto un sacco di cavolate, Don Marcello Cozzi. Ha accusato gente onesta e capace come Felicia Genovese e Michele Cannizzaro. Perché l’ha fatto? E perché non ammette di aver sbagliato? Finché non ammetterà i propri errori, la Lucania più consapevole saprà valutare le menzogne dei falsi profeti. E comunque non lo temo, a differenza di tanti politici, che davanti a lui si fanno piccoli, e cercano di tenerselo buono. Sono disposto ad affrontarlo pubblicamente quando vuole lui. Ma purtroppo si sottrae al confronto, perché a lui piacciono le masse plaudenti, le telecamere accese».
Ma a chi oggi come te diserta posso ricordare che senza la nostra opera collettiva del Quotidiano sarebbero in piedi ancora troppi sepolcri imbiancati e verità preconfezionate ad uno e consumo di qualcuno?
«Assolutamente sì. Il tuo giornale ha un ruolo importantissimo in Lucania. Hai fatto e fai battaglia di grande importanza, e la storia te ne darà merito».
Sappiamo tutto di Toghe lucane?
«Va ancora analizzato il ruolo di certi giornalisti, magistrati e politici comprimari che hanno rimestato nel torbido. Sai, quando c’è la rivoluzione, qualcuno ne approfitta sempre per sgozzare un nemico per questioni private. Chiariremo anche questo. C’è sempre un giudice a Berlino».
Possiamo sperare di riaverti tra le nostre firme per continuare la nostra battaglia meridionale?
«Paride, ma a che serve? A che serve avere processi, essere odiati, sentire su di sé il clima della rabbia? Pensa, nessuno mai in Lucania in tanti anni mi ha chiesto di presentare un mio libro in uno dei tanti paesi della mia terra. Ti sembra normale? Non che io ci tenga, intendiamoci, spostarmi mi costa fatica, soprattutto per motivi di lavoro. Ma da un punto di vista del gesto l’avrei molto apprezzato, lo ammetto. Per non parlare di quello che mi hanno fatto con il libro-inchiesta sui fidanzatini di Policoro. I soliti difensori del bene assoluto hanno impedito con un diktat che venisse presentato. Però non li temo. Sono disposto a sfidarli fino nell’anfratto più profondo della mia coscienza. Come, dove, quando, lo lascio decidere a loro. Detto questo, spero di trovare presto le motivazioni necessarie per dare di nuovo un contributo appassionato al tuo giornale».

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