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Il rapimento di Francesco Azzarà
"Anche la Calabria lanci quel grido"

Basilicata

"Liberate Francesco", anche il Quotidiano lancia l'appello per chiedere la liberazione di Francesco Azzarà, il giovane volontario di Motta San Giovanni rapito il 14 agosto scorso nel Darfur

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di GIANNI CERASUOLO
Uno striscione per Francesco in ogni Comune calabrese. Coraggio, si può fare. L’hanno già fatto da altre parti, rispondendo all’appello di Emergency. Un drappo, una foto e quel grido: Liberate Francesco. Sui Palazzi comunali, sulle altre sedi istituzionali, sui siti delle amministrazioni pubbliche. A Firenze, a Venezia, a Siena, a Motta San Giovanni, il paese di Francesco Azzarà, è già successo. E fa un certo effetto vedere quel drappo che scende lungo la facciata di Palazzo Vecchio: Liberate Francesco. Adesso tocca a tutta la Calabria. Lo vogliamo vedere sventolare, quello striscione, ovunque: a Palazzo San Giorgio, a Palazzo Campanella, a Palazzo dei Bruzi, a Palazzo Alemanni, a Palazzo dei Nobili...Ma anche nel più piccolo comune di questa regione. E, volesse il cielo, da ogni balcone, da ogni finestra di città e borghi, al mare e sui monti.
Sindaci, governatori, uomini politici non fate gli indifferenti. Francesco è una delle facce migliori di questa terra, uno spot contro l’immagine di violenza e malaffare, di gente che fa spallucce verso ogni cosa. Non è così. Non può essere così.
Questo piccolo segnale, cara gente di Calabria, ve lo chiedono i genitori di Francesco che aspettano da Ferragosto una telefonata che scacci l’incubo che al loro ragazzo possa accadere qualcosa di grave. Lo gridano i tanti messaggi già apparsi su Facebook. Liberate Francesco deve diventare una sorta di rap da qui in avanti perché questo giovane si è messo a lavorare per gli altri offrendo le proprie conoscenze e manifestando così, con questo impegno gravoso di sacrifici, il proprio amore verso chi sta peggio. E’ partito, Francesco, sapendo i rischi a cui andava incontro. Tutti lo hanno descritto come una persona sempre disponibile e indispensabile nel contesto del centro dell’organizzazione di Gino Strada in Darfur. Francesco è uno di quei silenziosi italiani sparsi per il mondo che hanno scelto la pace, in un mondo che gronda ovunque di guerra. Già da qualche giorno scorrono le immagini degli eccidi che sono avvenute e stanno avvenendo in Libia. Ma il Paese nordafricano è sotto l’occhio delle telecamere, quasi una diretta continua ci permette di intravvedere quanto sta avvenendo a pochi passi da noi.
Poi ci sono i conflitti oscurati, quelli che non vediamo in tv, quelli di cui non si parla mai. E sono le organizzazioni umanitarie a schiaffarci in faccia gli orrori delle guerre, gli stermini di interi popoli per la fame. Emergency, Medici senza Frontiere, i Padri Comboniani, sono nomi diventati familiari in questi anni. Il Darfur è arrivato sulla scena mondiale con le migliaia di morti e con le stragi attraverso le campagne dei volontari (e c’è chi li rimprovera di fare delle loro missioni un mestiere: vergogna). Nel villaggio globale questi tragici eventi trovano spazio con difficoltà. Non fanno audience.
Bene ha fatto il sindaco di Motta, Laganà, a proporre la lettura di un messaggio alla manifestazione dei sindaci oggi a Milano, spronando poi le istituzioni locali.
Ma la mobilitazione dei calabresi per Francesco non può esaurirsi nel breve spazio di un mattino. Deve essere permanente e partire dal basso, in modo da arrivare forte e chiaro alla politica. La deve assordare e non dargli tregua. Le vacanze sono finite, la vita riprende oggi un po’ dappertutto, le città si ripopolano. Non abbiamo più scuse, non si può far finta di niente.
Il nostro Paese, tutto, ha saputo alzare la propria voce in altre occasioni drammatiche. Ricorderete la campagna per Sakineh, la donna che rischiava la lapidazione in Iran. Ricorderete i drappi per Daniele Mastrogiacomo o per Giuliana Sgrena, giornalisti sequestrati in Afghanistan e Iraq. Pochi giorni fa, l’isola di Procida è scesa in piazza ed ha issato i suoi striscioni per i suoi marittimi in mano dei pirati o di chissà chi. Liberate Francesco, l’urlo deve farsi sentire come un acuto di Pavarotti. Proviamo ad aiutare così Francesco e i suoi genitori. Coraggio, Calabria.

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