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Così il cinghiale vince sull’uomo

Basilicata

Il Parco del Pollino lo protegge, ma l'animale devasta i campi. In tutta l’area contadini in ginocchio, burocrati sordi e ambientalisti scalpitanti

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CARO direttore,
in alcune zone della Basilicata è in atto una strage silenziosa, e nessuno fa niente. Rotonda, Viggianello, San Severino lucano, Chiaromonte, Casteluccio – buona parte cioè dei paesi del Parco Nazionale del Pollino – si stanno vedendo distrutta la propria agricoltura e il proprio equilibrio ecologico a causa dei cinghiali, che escono nottetempo e saccheggiano ogni coltivazione, gettando gli agricoltori nello sconforto, tanto che sono in tanti a voler abbandonare le coltivazioni, perché, ripetono in coro, «l’Ente Parco preferisce il cinghiale all’uomo».

Gli agricoltori - Ho parlato in questi giorni con decine di agricoltori, e mi sono reso conto che le cose stanno effettivamente così: il Parco preferisce il cinghiale all’uomo, che pure vive e si prende cura di queste terre da alcuni millenni. Ora l’Ente Parco ha aperto un piano sperimentale di abbattimento selettivo del cinghiale (sono stati selezionati 370 operatori per un territorio immenso), e questi cacciatori potranno abbattere i cinghiali solo rispettando leggi, regole, obblighi, accorgimenti così capziosi e assurdi da rendere vana l’esigenza urgente e sacrosanta di salvare l’uomo dall’invasione dei cinghiali.
Non si può più tacere. E’ urgente e necessario che l’uomo prevalga sulla tutela astratta e legislativa della natura. E’ arrivato il momento di dire che al primo posto, sul Pollino, arrivano gli agricoltori, i pastori, i boscaioli, tutte quelle persone che si sono prese cura per millenni di questi posti, vivendoci con dignità, conoscendo ogni anfratto del territorio, molto prima e molto meglio degli impiegati apatici del Parco del Pollino.

I politici - Gli attuali politici e dirigenti del Parco, invece, si nascondono vilmente dietro le leggi, e non capiscono la disperazione, non capiscono la storia, non capiscono un tubo di quel che sta accadendo a questa povera gente che sta perdendo ogni fiducia nel futuro (non apriamo poi il capitolo dei risarcimenti, sennò saremmo costretti a smascherare il business che sui danni del cinghiale si sta facendo in area calabrese). Lo stesso presidente dell’Ente Parco, Domenico Pappaterra, che pure in passato abbiamo più volte intervistato, non ha ritenuto opportuno riceverci, perché tanto la legge lo mette al riparo, ma purtroppo non impedisce di renderlo uno dei tanti responsabili della morte antropologica dell’area del Pollino, che non si regge sul turismo (a parte percentuali minuscole e irrisorie) e, purtroppo, non riesce nemmeno più a reggersi sull’agricoltura e sulla pastorizia (a causa delle ottuse leggi del Parco). L’importante, per lui, è che lupi e cinghiali popolino il Pollino; che poi queste bestie distruggano l’uomo a lui non importa, perché la legge non gli chiede di occuparsi degli uomini, ma solo delle bestie, delle stupide bestie che tanto piacciono alle anime belle che si commuovono per un lupo e si voltano dall’altra parte se un contadino piange perché quello stesso lupo gli ha sterminato le pecore a Senise.

La legge del Parco - Io dico che una legge che mette al primo posto un cinghiale rispetto all’uomo è non solo immorale, ma anche da combattere con ogni mezzo (se ammazzi un cinghiale hai ormai lo stesso trattamento che si riceve se si ammazza un uomo). E chiedo di rivedere l’attuale assetto legislativo e antropico del Parco, perché non giova a nessuno un’area immensa dove gli animali sono padroni e dove gli uomini sono schiavi, terrorizzati dalla tirannia del Corpo Forestale dello Stato (l’altro giorno, a Viggianello, un uomo è stato multato dalla Forestale con 51 euro di ammenda per aver segato un alberello di 23 cm di diametro. Dov’è finito il buon senso? Sanno cosa significa per un pastore guadagnare 51 euro?). E’ che questo è un paese maledetto dove mille associazioni ambientaliste e mille associazioni che si occupano della protezione degli animali gridano e ti trascinano in tribunale se si torce un pelo a un animale o se si taglia una ginestra (con la quale per millenni si è acceso il fuoco), e se ne fregano se un uomo piange perché il suo raccolto è andato distrutto e, con esso, il suo povero reddito.

Gli ambientalisti - E’ arrivato il momento di dirlo: il Parco del Pollino sta distruggendo una storia millenaria di agricoltura, di pastorizia, la storia di un profondo rapporto tra uomo e ambiente. E io me ne frego che qualcuno armato di leggi e commi voglia vedere tutti questi inutili cinghiali terrorizzare la gente, costringerla alla povertà, causare incidenti stradali. Me ne frego, caro Paride, perché alle bestie preferisco gli uomini: uomini che hanno coltivato queste terre per millenni, e che ora stanno abbandonando i boschi, i fondi, le case, perché “l’Ente Parco preferisce il cinghiale all’uomo”.
E me ne frego, caro Paride, delle lontre, delle aquile, dei lupi, dei cinghiali, se poi gli uomini sono costretti ad andare via, ad abbandonare le terre, a trasformare terre coltivate da millenni in macchie selvatiche inospitali. Me ne frego, caro Paride, della tutela ambientale, se poi gli uomini devono emigrare, oppure ridursi in povertà, o essere processati se hanno sparato per disperazione a uno stupido cinghiale che non serve a niente e a nessuno, e che esce nottetempo per distruggere ogni cosa, per la gioia degli ottusi animalisti che tutto amano fuorché gli uomini.

I burocrati - Aggiungo, poi, che gli impiegati del Parco non sanno dare risposte ai contadini, li trattano con fastidio, si nascondono burocraticamente dietro la solennità delle leggi, li rimandano a siti internet, ben sapendo che i contadini anziani non sanno nemmeno che cos’è, internet. Chiamo perciò a raccolta tutti i contadini, i pastori, i boscaioli del Pollino per lottare contro questo Parco, e contro questa classe dirigente che non capisce di essere responsabile di un grave esodo umano e di un gravissimo sterminio antropologico. Perché l’uomo viene al primo posto, e perché le bestie non faranno mai bene a un territorio quanto è invece in grado di fare l’uomo.

L’appello a Pappaterra - Il mio è un grido di dolore che mi auguro possa risolvere i problemi della mia gente. Salviamo i contadini del Parco! Subito. Immediatamente. Contro l’ottusa legge dei burocrati. Contro le anime belle. Contro chi si commuove per un cinghiale e non vede l’ora di multare un contadino, un boscaiolo, un pastore ridotto alla fame e alla disperazione.
Presidente Pappaterra, che fai? Governi gli uomini in carne e ossa del Parco (i loro bisogni reali, e la loro storia, che forse ignori) o fai l’avvocato pedissequo delle leggi dello Stato? E pensi davvero che con questo piano sperimentale di abbattimento risolverai il problema? E dicci per favore perché preferisci i cinghiali agli uomini. Gli uomini che da millenni – molto prima dell’istituzione dell’Ente Parco – hanno saputo tutelare e amare questi posti (senza bisogno di leggi e commi). E bada che questa volta la gente è esasperata in maniera esplosiva, e vuole risposte da uomo a uomo. Risposte da politicante, quindi, è inutile che ne dai, perché non servono a nessuno, e perché sarebbero solo benzina sul fuoco.

La domanda finale - Piccola domanda finale: sei disposto a dimetterti se questo piano di abbattimento fallisce l’obiettivo – come fallì quello del 2008/2009 – di tutelare i nostri agricoltori? E ricorda che non rispondi a me – io sono solo un tramite – ma a gente in ginocchio che, dopo aver perso molto, sta ora perdendo tutto.

Andrea Di Consoli

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